Seguire un Dio impotente

Avori salernitani
Avori salernitani

30 marzo 2018

Gv 18,1-19,37


Il venerdì santo è uno dei giorni centrali del nostro vissuto di fede. Fa parte di quei giorni santi che ci preparano alla Pasqua, alla resurrezione del Signore. Solo seguendo il Signore Gesù nel suo cammino di passione, seguendolo passo dopo passo, restandogli accanto, possiamo tentare di cogliere, di percepire e imparare l’amore che lui ha vissuto fino in fondo, fino a morire in croce per noi.

Gesù non si lascia condurre dagli eventi, è lui che è “signore” della sua vita in questi momenti. Eloquente è la risposta che dà a Pilato: “Gli disse allora Pilato: ‘Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?’. Gli rispose Gesù: ‘Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall'alto’”.(Gv 19,10). Il timone della vita è dal di dentro, dall’alto e non nelle vicende che accadono. Dal silenzio (“Ma Gesù non gli diede risposta”: Gv 19,9) scaturisce la forza di Gesù nel vivere questi eventi dolorosi, terribili che lo lasciano solo e abbandonato da tutti, anche tradito da chi lo ha seguito e amato: “Dissero a Pietro: ‘Non sei anche tu dei suoi discepoli?’. Egli lo negò e disse: ‘Non lo sono’” (Gv 18,25). La forza viene dal cuore, da quel luogo segreto in cui possiamo lasciare regnare Dio, sapendo che anche quando tutto lo nega Dio resta vicino, Dio non ci abbandona, anche se il dubbio ci attanaglia.

Sì, proprio quando Gesù grida: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46) grida il suo rimettere la propria vita ancora a Dio, a quel Dio che resta presente anche quando l’evidenza attesta il contrario. L’esserci di Dio deve essere la consapevolezza che sostiene la nostra vita anche nelle situazioni più tragiche e difficili. È duro seguire un Dio che si rivela impotente (“Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. Scenda ora dalla croce”: Mt 42-43), ma è un Dio che non ci lascia e ci abbandona mai. Da Lui possiamo imparare questa capacità di esserci, di non scappare, ma di restare vicino a chi è nella solitudine, nell’abbandono, nel dolore. “Mentre eravamo ancora peccatori Cristo è morto per noi” ( Rm 5,8).

La croce è davvero questo segno che ci rivela l’amore infinito, grande del Signore, un amore che resta sottomesso a tutti, che non si ribella né si impone, un amore che arriva ad amare il nemico, non a parole, ma con la sua stessa vita fino a donarla. Restiamo accanto a Gesù sulla croce perché lui possa trasmetterci questa fede che trasforma il cuore e le nostre vite rendendole capaci di amare chi ci ha fatto del male, chi ci ha tradito, chi sentiamo contrario e ostile, chi per noi non è amabile e vorremmo allontanare da noi.

“Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Mt  5,39).
“Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt  7,12).

Oggi, in questo venerdì santo, Gesù dalla croce ci conceda di conoscere, di penetrare più a fondo il mistero del suo amore per noi.

“Ecco il mio Servo:
non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, 
né aspetto che ci attirasse.
Era disprezzato, abbandonato dagli uomini,
uomo dei dolori, familiare con la sofferenza,
come uno davanti al quale si nasconde la faccia;
sì, era disprezzato e noi non ne tenevamo alcun conto!
In effetti egli portava le nostre malattie,
sopportava i nostri dolori, ma noi lo ritenevamo colpito,
percosso da Dio e umiliato.
Egli era trafitto dai nostri peccati,
spezzato per le nostre iniquità.
Su di lui il castigo che ci dà la salvezza:
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti [eravamo] come pecore smarrite,
ciascuno seguiva la sua strada;
ma il Signore ha colpito in lui l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca.
Come agnello condotto al macello,
come pecora afona davanti a chi la tosa,
egli non ha aperto la bocca.
Con ingiusta sentenza fu tolto di mezzo.
Dopo la sua passione vedrà la luce
e si sazierà di conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà le moltitudini,
perché ha portato le loro iniquità
intercedendo per i peccatori”

(Is  53,3-12).

sorella Roberta