“Io sono la luce del mondo!”

Avori salernitani
Avori salernitani

1 maggio 2018

Gv  8,12-30

In quel tempo 12di nuovo Gesù parlò ai suoi discepoli e disse: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». 13Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera». 14Gesù rispose loro: «Anche se io do testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove sono venuto e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. 15Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. 16E anche se io giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. 17E nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera. 18Sono io che do testimonianza di me stesso, e anche il Padre, che mi ha mandato, dà testimonianza di me». 19Gli dissero allora: «Dov'è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio». 20Gesù pronunciò queste parole nel luogo del tesoro, mentre insegnava nel tempio. E nessuno lo arrestò, perché non era ancora venuta la sua ora. 21Di nuovo disse loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». 22Dicevano allora i Giudei: «Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: «Dove vado io, voi non potete venire»?». 23E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. 24Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati». 25Gli dissero allora: «Tu, chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che io vi dico. 26Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare; ma colui che mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udito da lui, le dico al mondo». 27Non capirono che egli parlava loro del Padre. 28Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. 29Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». 30A queste sue parole, molti credettero in lui.


Il brano si collega al capitolo 7: siamo durante la festa delle capanne e Gesù è ancora nel tempio davanti ai capi dei giudei che lo contestano, in una polemica serrata. La sera dell’ultimo giorno della festa Israele fa memoria, con grandi luminarie, della nube luminosa che lo ha accompagnato nel deserto durante l’esodo dall’Egitto: “Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco, per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte” (Es 13,20). Proprio in questo contesto, davanti all’ostilità degli oppositori, Gesù rivela: “Io sono la luce del mondo! Chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). Come inviato del Padre, Gesù sa di portare a compimento la vocazione d’Israele, che già è stato chiamato a essere “luce delle genti” (Is 49,6), e di essere in se stesso – nel suo insegnamento e nella sua persona – luce, rivelazione, parola ultima e definitiva di Dio.

Può fare queste affermazioni inaudite con limpida semplicità proprio perché egli non è luce propria, ma trasparenza della luce del Padre. Egli è luce perché la sua fedeltà al Padre lo rende tale. Il suo innalzamento in croce, evocato nell’ultima affermazione del brano come vertice di tutta la sua rivelazione, dimostra nel modo più chiaro che egli non cerca la sua gloria, né si attribuisce privilegi che non gli appartengono, ma vive fino alla fine in amorosa obbedienza al Padre, dal quale proviene e dal quale riceve ogni gloria: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo conoscerete che Io sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato … faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8,28-29).

Venuto nel mondo come luce, Gesù trova accoglienza solo in chi riconosce di essere nelle tenebre della cecità, non in chi pensa già di “vedere”. Come dice il prologo: la “luce vera è venuta nel mondo… e i suoi non l’hanno accolta” (Gv 1,9-11), proprio perché non hanno avvertito un bisogno di luce ulteriore rispetto a quella che ritengono di avere. Immaginano la rivelazione come un possesso acquisito una volta per tutte, non come qualcosa da invocare, accogliere e riscoprire continuamente con occhi nuovi.

La nostra incredulità ha origine proprio qui: nella nostra incapacità di ammettere il nostro bisogno di luce, la nostra povertà, la nostra fame e la nostra sete. Chi non ha sete non può “venire a lui” (Gv 7,37), chi pensa già di “vedere” rimane nel “peccato del mondo”, quello della non fede e del non amore (Gv 9,41).

Non si conoscerà mai il vero Dio restando chiusi nel proprio mondo “di quaggiù”, ma occorre lasciarsi attirare “lassù” insieme a lui, rinascendo “dall’alto” (Gv 3,3) e vedendo radicalmente capovolti i nostri criteri umani e religiosi. La vera fede può nascere solo da uno sguardo posato sul Crocifisso, l’“Io sono” di Dio, che rivela la verità del suo amore proprio mentre si lascia innalzare in croce e attira tutti a sé con il suo perdono (cf. Gv 12,32). Il suo amore, che si fa carico dei peccati del mondo, è l’estrema ancora di salvezza gettata a chi rifiuta la misericordia e rischia così di perdere la vita.

fratel Luigi