“Nel cuore delle pecore”

Avori salernitani
Avori salernitani

5 maggio 2018

Gv  10,1-21

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei Giudei: 1 «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. 11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
19Sorse di nuovo dissenso tra i Giudei per queste parole. 20Molti di loro dicevano: «È indemoniato ed è fuori di sé; perché state ad ascoltarlo?». 21Altri dicevano: «Queste parole non sono di un indemoniato; può forse un demonio aprire gli occhi ai ciechi?».


Nella storia di Israele i profeti con veemenza si sono scagliati contro i pastori che pascevano se stessi e divoravano le pecore (cf. Ger 34,2). Anche Gesù si pone in questa linea, ma va oltre perché annuncia che in lui si compie la profezia, lui è il pastore dei pastori che radunerà tutte le pecore in un solo gregge. Le parole di Gesù ci chiedono di discernere tra i veri pastori e quanti sono ladri, briganti, estranei, mercenari e lupi che divorano e disperdono le pecore.

Il pastore entra nel recinto delle pecore passando dalla porta, che è il Cristo stesso; egli non ha una via privilegiata, ma deve percorrere la stessa strada delle pecore. Egli entra nel recinto, nella verità, nel cuore delle pecore, entra in una conoscenza che è mistero d’amore che lega le pecore al pastore che le conosce e le chiama ciascuna per nome. C’è una conoscenza alla quale possiamo giungere solo se rimaniamo radicati nell’amore per il Signore e per l’altro.

Anche a Pietro Gesù comanderà di pascere le sue pecore rimanendo confermato nell’amore. In questo amore noi possiamo lasciarci condurre fuori da noi stessi, dal recinto chiuso delle nostre sicurezze, dalle oscure valli della morte verso pascoli di erbe verdeggianti (cf. Sal  23).

Il pastore chiama ciascuno per nome: il nome è sigillo di verità, libertà e amore sulla vita che ci è donata, perché il pastore l’ha deposta per noi. Come Maria al sepolcro, come Simon Pietro, come Zaccheo e Lazzaro siamo chiamati per nome a uscire dalle tenebre di morte che ci avvolgono, dalle paure, dalle povertà e dai nostri limiti verso quell’abbondanza di vita che solo l’ascolto della sua voce e della sua Parola possono darci.

Il pastore conosce le sue pecore, conoscenza che si innesta nella conoscenza/amore del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre. il Figlio è obbediente al comando del Padre che è l’amore fino alla fine, fino a deporre la vita così come egli, il Signore e Maestro, ha deposto le vesti per piegarsi a lavare i piedi dei discepoli (cf. Gv 13,4). L’autorità del figlio, come l’autorità del pastore, si rivela in verità nel suo abbassamento, in quello svuotamento che è il dono della vita per le pecore in virtù di un amore più grande (cf. Gv 15,13) che solo può radunare le pecore disperse in un solo gregge e un solo pastore.

Il Signore Gesù ha deposto le vesti per piegarsi sulla nostra miseria, sui nostri piedi affaticati nel nostro smarrimento. Lui, che è il pastore buono, lasciando il gregge, viene a cercare noi pecore perdute e malate (cf. Ez 34,16). Viene in cerca di ciascuno di noi, nel nostro errare lontano, finché non ci abbia trovato e caricato sulle spalle (cf. Lc 15,4-5): così anche il pastore finisce per avere l’odore delle pecore.

È un amore estremo, il suo, che non si limita alle pecore nel recinto, ma si apre andando in cerca di tutte le pecore smarrite, nella dinamica d’amore tra il Padre e il Figlio in cui tutti siamo chiamati a essere una cosa sola (cf. Gv 17,21).

Queste parole di Gesù sono un monito, non solo per chi è chiamato a pascere il gregge, ma per tutti noi. Il Signore stesso ci comanda di lavarci i piedi gli uni gli altri, di amarci come lui ci ha amati. Ciascuno di noi è chiamato a essere custode del fratello, della sorella, deponendo la propria vita, il proprio tempo, le proprie certezze per andare a cercarlo nel suo smarrimento, per curare le sue ferite, per ricondurlo alla vita nella comunione di un unico gregge. Perché nel giorno del giudizio a ciascuno di noi sarà chiesto: “Dov’è tuo fratello? Dov’è tua sorella?” (cf. Gen  4,9).

fratel Nimal