La salvezza, una sorpresa

Tessuto wax
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29 dicembre 2018

Lc 2,25-35

In quel tempo 25a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. 27Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, 28anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:

29«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
31preparata da te davanti a tutti i popoli:
32luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».

33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 35- e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».


Dopo il Magnificat e il Benedictus, ecco il Nunc dimittis, terzo cantico trasmesso da Luca nel suo racconto dell’infanzia di Giovanni Battista e di Gesù. Messo in bocca a Simeone, rappresentante, insieme alla profetessa Anna, dei servi del Signore che sono la speranza d’Israele, questo cantico fa tradizionalmente parte della preghiera cristiana di compieta, chiusura della giornata. È una collocazione significativa nonostante rischi di influenzare in negativo la sua interpretazione, come se “ora puoi lasciare che il tuo servo vada in pace” significasse: “ora posso dormire tranquillo”, o, peggio ancora: “ora Israele può scomparire”, primo passo verso una teologia della sostituzione. Tale non è il senso di questo cantico nonostante l’incontro con Gesù appaia a Simeone come il segno annunciatore della sua morte.

Questo canto è un congedo, sì, ma è soprattutto una benedizione; Simeone, che “aspettava la consolazione d’Israele” e ne aveva già una parte, poiché lo Spirito Santo, l’altro Consolatore, il Paraclito (Gv 14,16.26), era su di lui, loda Dio perché ha trovato in Gesù, che tiene fra le braccia, la piena consolazione. La sua preghiera non è rassegnazione davanti all’ineluttabile, è un atto di gratitudine.

Infatti, Simeone dice di avere visto in quel neonato colui che salva; in lui dunque ha riconosciuto Dio stesso. Perciò può congedarsi: non che si sia esaurito il suo compito – e di fatto adempie subito dopo una sua missione specifica, quella della profezia –, ma ne è cessata la dimensione faticosa e penosa: finita la schiavitù! Ha visto il Liberatore! Ora, secondo la Scrittura, nessuno può vedere Dio e vivere (Es 33,20); annunciare che ora può morire in pace è solo un altro modo per Simeone di dire che ha visto Dio in Gesù!

Il bambino riceve due qualifiche: “luce per rivelarti alle genti”, o meglio: “luce delle genti per la rivelazione”; è il titolo dato da Dio al Servo del Signore: “ti ho posto come luce delle genti” (Is 42,6; 49,6). L’altro titolo, “gloria d’Israele” (cf. Mi 1,15), più difficile, designa probabilmente David, il re “secondo il cuore di Dio” (At 13,22). Simeone tiene dunque nelle sue braccia il Servo del Signore e il re d’Israele, due titoli che non si contraddicono, perché è compito specifico del re farsi servo del Signore, per dire che in Israele è Dio il vero re. E allora, quando accoglie Gesù, Simeone, che è – come dicevo all’inizio – servo del Signore, accoglie un altro se stesso, o meglio, il vero se stesso! Ecco perché è colmato e la sua morte sarà consolazione e salvezza.

Ma Simeone non può scomparire in Dio senza compiere la missione profetica affidatagli: annunciare a Maria che il figlio suo sarà un segno di contraddizione e contraddetto per tutti, per Israele, per noi e anche per lei! Non è forse ciò che verifichiamo ogni giorno? L’Evangelo contraddice la logica mondana. Ma forse ciò che di più significativo traspare da questo segno di contestazione è che la nostra salvezza, la quale sta in quel bambino fragile, non può che essere una sconvolgente sorpresa.

fratel Daniel