Discernere e adempiere la volontà di Dio

Tessuto wax
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8 gennaio 2019

Mt 2,19-23

In quel tempo19morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto 20e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». 21Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d'Israele. 22Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea 23e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».


Ancora una duplice apparizione di un angelo del Signore in sogno, ancora l’ascolto-obbedienza di Giuseppe, ancora l’adempimento di ciò che era stato detto, ancora la fedeltà del Signore che incrocia e converte le vicende umane.

Giuseppe obbedisce un’ultima, duplice volta al messaggero del Signore, che ha imparato a discernere al cuore dei suoi sogni e nel profondo dei suoi timori: poi Giuseppe scomparirà dopo aver visto adempiersi lo “sta scritto”, come Simeone al Tempio. Ma in questo uscire dall’Egitto dopo esservi entrato, in questo entrare nella terra d’Israele dopo esserne uscito, Giuseppe non è mai stato solo: ha preso con sé e conduce per mano il bambino e sua madre. Non Gesù e Maria, non il figlio e la sposa, ma il bambino e sua madre. Giuseppe è colui che in obbedienza al messaggio del Signore detta il passo, eppure sta già diminuendo e il bambino sta già crescendo: solo il Signore, per mezzo del profeta lo può chiamare “mio figlio”.

Eppure Giuseppe ha ancora qualcosa da trasmettere al bambino, oltre al nome e all’appartenenza alla casa di David: Giuseppe trasmette la fede di padri, trasmette soprattutto le condizioni per vivere l’esperienza della fede. “Il Cristo nei giorni della sua vita terrena – fin da bambino, potremmo aggiungere secondo il brano evangelico odierno – pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì” (Eb 5,8). Gesù imparò l’obbedienza e cominciò a farlo proprio da questa entrata e uscita dall’Egitto. Giuseppe gli è maestro in alcune vicende, annuncio e preludio di quanto lo attende: accoglienza e rifiuto, adorazione e tentativi di uccisione, convergenza verso Gerusalemme e diaspora in Egitto e in Galilea.

Come già nella fuga, anche al rientro Giuseppe obbedisce alle parole dell’angelo, ma ora le interpreta anche: Matteo non ripete più “fece come gli aveva detto l’angelo”, anzi: l’angelo gli aveva chiesto di fuggire in Egitto e Giuseppe si ritirò, fece anacoresi in Egitto; ora l’angelo gli chiede di andare nella terra d’Israele e Giuseppe entra nella terra d’Israele. Giuseppe va oltre l’invito dell’angelo e così facendo adempie, porta a compimento lo “sta scritto”, rivelando – e insegnando al bambino – che la volontà di Dio va addirittura oltre lo “sta scritto”, che la lettera non contiene tutto lo Spirito, che va adempiuta anche quella Parola che non è mai stata messa per iscritto, che i profeti – coloro che parlano a nome di Dio – non sono solo quelli che hanno lasciato degli scritti poi divenuti canonici. Nazaret compare qui solo per ricordarci questa verità. Matteo – a differenza di Luca – non dice che Maria (e tanto meno Giuseppe) era originario di lì e Giuseppe, il bambino e sua madre vanno, non tornano ad abitare lì: Nazaret, al di là dell’oleografia, è il luogo che ci obbliga a fare memoria di un adempimento della volontà di Dio che non si ferma allo “sta scritto”. Null’altro che il beneplacito del Padre ha stabilito che da Nazaret uscisse non solo “qualcosa di buono”, ma la salvezza per tutte le genti.

Un’ultima osservazione a partire da questo testo e da quello precedente che narra la discesa in Egitto. Ciò che è stato detto dal Signore per mezzo del profeta – cioè “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio” – si adempie al momento sbagliato secondo le nostre logiche. Non quando, morto Erode, Giuseppe riconduce fuori il bambino e sua madre. No, bensì quando Giuseppe rimane in anacoresi, in ritiro in Egitto. Dimorare nell’obbedienza anche in terra straniera: da lì siamo chiamati figli. La stabilità è solo quella dell’obbedienza alla volontà del Padre: dalla dimora dell’obbedienza saremo chiamati figli, figli del comandamento, figli dell’obbedienza, figli nel Figlio.

fratel Guido