La purificazione del Tempio

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15 aprile 2019

Lc 19,41-46

In quel tempo 41quando Gesù fu vicino, alla vista della città pianse su di essa42dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. 43Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; 44distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».45Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, 46dicendo loro: «Sta scritto:

La mia casa sarà casa di preghiera.
Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».


In questo lunedì santo, siamo invitati a meditare sulla purificazione del Tempio, compiuta da Gesù nell’imminenza della sua passione. Gesù scaccia dal Tempio i venditori di animali destinati ai sacrifici cultuali e i cambiavalute (nel tempio di Gerusalemme aveva corso una speciale moneta): si trattava di un’attività lucrativa, nata sul terreno del culto religioso. Questa mistificazione della relazione dell’uomo con Dio, che a una prassi di giustizia e verità sostituisce un’attività che assicura ai detentori del potere religioso prestigio e ricchezza, è la grande menzogna contro cui Gesù combatte.

Nel quarto vangelo questo gesto profetico è collocato all’inizio del ministero di Gesù (cf. Gv 2,14-17), ma in stretta relazione con il mistero della sua morte e resurrezione (cf. Gv 2,18-22). Il gesto sarà infatti una delle imputazioni al suo processo (cf. Gv 2,20 e Mt 26,61). E in effetti Gesù si colloca in rotta di collisione con una religione divenuta solo esteriore e, quel che più è grave, strettamente legata al potere politico ed economico. In questo Gesù è essenzialmente nella linea profetica: già Geremia aveva ammonito con forza di non confidare nel “Tempio del Signore”, quasi che l’espletamento di pratiche cultuali garantisse di per sé prosperità e salvezza. Il vero culto reso a Dio è fare la giustizia, rifuggire l’ipocrisia religiosa, adoperarsi fattivamente per soccorrere lo straniero, l’orfano e la vedova, cioè i più deboli ed emarginati nella società (cf. Ger 7,3-7)

Nel vangelo di Luca, la purificazione del Tempio è preceduta dal pianto di Gesù su Gerusalemme. È la prima volta che Gesù giunge da adulto nella città santa, la città scelta da Dio, in cui risiede la sua presenza, la šekinah. Ma invece di esultare alla vista di Gerusalemme, come cantano i salmi (cf. Sal 122; Sal 42,3), Gesù piange. È una reazione inaspettata, quasi sconvolgente. Non è un pianto di gioia o commozione, ma un lamento: è il pianto dello sposo che non è riconosciuto dalla sposa, il dolore dell’incomprensione, l’amara constatazione che Gerusalemme non ha saputo vedere la via della pace e della riconciliazione che Gesù le indicava (cf. v. 42). Anche le lacrime di Gesù sono un gesto profetico: Luca pensa certamente alla distruzione della città da parte di Tito nel 70 d.C.

Gesù è stato accolto festosamente (cf. Lc 19,36-38), ma sa anche che le attese di riscatto politico dalla dominazione romana (persino tra i suoi discepoli, cf. At 1,6) faranno leggere in modo ambiguo la sua venuta in Gerusalemme. Per questo, alla vista della città, piange.

Gesù piange sull’equivoco, che dura fino ai nostri giorni, che scambia la forza e il potere, la riuscita tra i potenti e la seduzione delle masse, con il volere di Dio. Un Dio onnipotente che giustifica il potere perché è fonte di potere. Ecco il grande idolo e il grande equivoco insito nel religioso, quando non si lascia purificare sostituendo la logica della forza, della guerra e dell’odio con la logica dell’umiltà, della pace, dell’amore, del riconoscimento dell’altro: con la logica disarmata del vangelo.

Gli avversari di Gesù non gli permetteranno di cambiare l’immagine perversa di un Dio totalitario. Per narrare il volto amorevole e infinitamente misericordioso di Dio, a Gesù non resterà altra via che la via della croce.

fratel Adalberto