Gesù è vita per gli amici

Mosaico realizzato all’interno del progetto di arte pubblica nel paese di Tornareccio (Chieti).
Mosaico realizzato all’interno del progetto di arte pubblica nel paese di Tornareccio (Chieti).

29 luglio 2019

Lc 10,38-42

In quel tempo,38mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. 39Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola.40Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, 42ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».


“Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro” (Gv 11,5). È così bello che l’evangelista testimoni delle amicizie di Gesù. Ci aspetteremmo forse che questi suoi amici fossero “speciali”, gente fuori dal comune per meritare l’amicizia di Gesù. Invece no, ancora una volta ci rendiamo conto della sua vera umanità, egli condivide il suo cuore con delle persone come noi, con i loro difetti, le loro mancanze e la loro ricerca dell’amore del Signore.

“Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose” (v. 41). Marta è colta in fallo, lei che ospitava proprio a casa sua e che pretendeva che tutto andasse secondo i suoi piani e affanni, si sente rimessa in questione amichevolmente da Gesù. Egli non si lascia intimidire dalla sua accusa: “Signore, non t’importa nulla…” (v. 40); non si rivolge nemmeno a Maria perché risponda a sua sorella, ma punta il dito sulla ferita di Marta. Gesù amichevolmente la chiama per nome e la richiama a tornare in sé: “Marta, Marta”. Si è persa nel suo affanno. Non è il suo servizio che viene messo in causa. La parabola precedente ce lo ricorda, il Samaritano si è preso cura dell’uomo ferito facendo molte cose per lui e Gesù ammonisce il dottore della legge dicendogli: “Va e anche tu fa così” (Lc 10,37). L’affanno di Marta, come il nostro d’altronde, è sempre rivelatore di un voler essere necessari, di “possedere” situazioni, persone o eventi per sentirci al centro, sicuri della nostra esistenza e del suo riconoscimento dagli altri.

Nell’ospitare, il primo servizio è quello dell’ascolto in quanto presenza all’altro con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la forza e la mente (cf. Lc 10,27). Evidentemente è un atteggiamento che richiede una certa unificazione della nostra persona affinché il nostro fare non sia più una ricerca affannosa di sé, del proprio merito, della propria giustizia: “Mia sorella mi ha lasciata sola a servire” (v. 40), ma diventi l’espressione pacificata di una certa morte a noi stessi per dare il posto giusto alle cose, agli altri e dunque a Dio. 

“Cercate, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33) sappiamo che l’unica cosa di cui c’è bisogno, “Ti agiti per molte cose ma di una cosa sola c’è bisogno” (vv. 41-42), è la relazione privilegiata che Maria ha scelto. Relazione con Gesù, accoglienza della sua presenza e della sua parola. È una parola così potente che dice davanti alla morte di Lazzaro: “Io sono la resurrezione e la vita, chi crede in me anche se muore vivrà” (Gv 11,25). La parola umile di Gesù richiama anche Marta alla vita, la scioglie dalle bende dell’affanno, la libera per un servizio utile, necessario ma gratuito e pacificato verso l’ospite. Non avrà più niente da dimostrare, da rimproverare né a Gesù né a sua sorella. Ed è lei, obbediente alla fiducia datale da Gesù che in risposta alla sua domanda: “Credi?” , dirà: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo” (Gv 11,27).

sorella Sylvie