Una via tra le parole…

Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli
Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli

12 marzo 2020

Mt 7,1-11 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: "1 Non giudicate, per non essere giudicati; 2perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. 3Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? 4O come dirai al tuo fratello: «Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio», mentre nel tuo occhio c'è la trave? 5Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.
6Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi. 7Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 8Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. 9Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? 10E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? 11Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!


La conoscenza presuppone la disponibilità a camminare e la parola dell’evangelo è lì per indicarci piste percorribili. Non però mettendoci dinanzi un discorso lineare e univoco, ma creando per il lettore lo spazio in cui esercitare un discernimento, indispensabile al suo cammino e alla sua crescita. Della strada, della nostra strada, l’evangelo indica i margini entro i quali cercare.

Ne è un esempio la pericope di oggi, composta come un insieme a prima vista poco coerente di “detti”. Testi slegati tra loro e per di più in una certa contraddizione o almeno tensione, fatto ricorrente nel Vangelo secondo Matteo.

Un primo detto (vv. 1-5) ci consegna il comando di non giudicare. L’eterna tentazione di ogni essere umano è quella di misurare l’altro, ergersi a suo giudice, perdendo di vista qualcosa di essenziale: l’altro non mi appartiene, non ne sono il Signore. È solo “mio fratello”, termine che il nostro brano insiste nel ripetere (vv. 3, 4 e 5): “Come dirai al tuo fratello…?” (v. 4). La parola di giudizio ha qui il punto di partenza: la perdita del senso della fraternità che mi lega a chi mi sta dinanzi. I padri monastici ritengono il giudizio una delle più grandi e tenaci tentazioni del monaco e dell’essere umano in genere. Isacco di Ninive è perentorio: “Bada di non essere dominato dalla passione di coloro che sono ammalati del desiderio di correggere gli altri e che da se stessi vogliono essere i censori e i correttori di tutte le infermità degli uomini … In verità, è meglio per te cadere nella lussuria, piuttosto che in questa malattia”.

Giudicare significa prendere il posto di Dio. Solo a lui infatti, secondo le Scritture, spetta il giudizio. Anche il Figlio, cui pure, essendo Figlio dell’uomo, esso è demandato (cf. Gv 5,22.27), dice: “Non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo” (Gv 12,47). Ogni giudizio, dunque, è un abuso di potere.

Ma subito dopo questo brano, ecco una nuova esortazione, costituita dal solo v. 6, che sembra invece richiedere un giudizio: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci”. Al di là di chi si debba intendere sotto le immagini di “cani” e “porci”, qui si chiede di porre invece dei gesti di rottura, dunque di esprimere un pensiero che rischia di farsi giudizio, ma che noi possiamo chiamare con un altro termine: “discernimento”. Questo sì, è non solo possibile ma indispensabile.

Non giudicare, ma discernere. Non condannare, ma continuare a vedere il male. Non prendere il posto di Dio, ma non disertare neppure quello dell’uomo. Ecco la sfida dell’evangelo. Ecco i limiti estremi all’interno dei quali cercare e trovare la nostra via, giorno per giorno, situazione per situazione.

Anche l’ultima parte della pericope evangelica di oggi è in tensione con quanto Gesù aveva appena detto, proprio trattando della preghiera: “Pregando non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate” (6,7-8). E ora invece invita con insistenza a “chiedere”, a “cercare” e a “bussare”. Come tenere insieme queste due parole? Anche qui vi è una tensione, all’interno della quale è necessario collocare i nostri passi.

Ci sono tanti modi di chiedere, come ci sono tanti modi di valutare. Ci sono tanti modi di usare le parole e tanti modi di usare gli occhi. È possibile guardare, per discernere il male e scegliere il bene, lasciando che l’altro, anche quando si presenta come nemico, resti mio fratello. Ed è possibile chiedere, non per convincere Dio a donarci quello che già ci dona, ma per metterci davanti a lui come figli fiduciosi nella sua misericordia, certi che non ci farà mancare ciò di cui abbiamo davvero bisogno.

fratel Sabino