Non da protagonisti

Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli
Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli

20 marzo 2020

Mc 9,30-37 (Lezionario di Bose)

30In quel tempo Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». 32Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.33Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». 34Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». 36E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato.


Gesù si aggira per la Galilea, quasi in incognito, e ai suoi discepoli comunica una sola, enigmatica parola: “Il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani degli uomini” (v. 31). Nell’attuale sequenza evangelica, questa parola viene detta il “secondo” annunzio della passione. In realtà, è il primo, il più originale, quello meno circostanziato di tutti: “il nucleo primitivo sottostante alle profezie della passione”. Tutti gli altri annunzi non sono che un’interpretazione post eventum di questa parola originaria di Gesù. Johachim Jeremias ha ragione di considerarla la traduzione greca di un’espressione particolarmente pregnante soprattutto in aramaico, la lingua materna di Gesù, il suo dialetto: Mitmesar bar enasha lidè benè enasha. “Si tratta di un mashal, un’espressione sibillina, per il fatto che ‘figlio dell’uomo’ (bar enasha) può essere inteso tanto in senso specifico, quanto in senso generico. Se si intendeva la locuzione in modo generico, allora indicava il disordine dell’era escatologica, nella quale il singolo sarebbe stato in balia della massa. Ma intesa in senso specifico, allora parlava del sacrificio del Figlio dell’uomo. Abbiamo dunque un’enigmatica sentenza apocalittica”.

Tant’è vero che i discepoli “non comprendevano questa parola, anzi avevano timore di interrogarlo” (v. 32). Non la comprendevano al punto di intavolare una discussione su chi fosse tra loro il più grande. Mi sembra ovvio che, se Gesù avesse precisato quello che segue (“e lo uccideranno, ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”), difficilmente i discepoli avrebbero avuto un simile ardire. Ma, anche ammettendolo, non si direbbe ancora nulla circa gli agenti della sua uccisione: “gli anziani, i capi dei sacerdoti e gli scribi”. Questa predizione, a differenza delle altre, non fa alcuna allusione al ruolo svolto nella passione dalle autorità giudaiche. Il punto del racconto è proprio l’incomprensione dei discepoli, cui questa eventualità non passa neppure per il cervello, e invece si immaginano cose grandi per loro. Sono tutti presi da un’ansia di protagonismo. “Protagonista”, in greco, si dice hypokrités. Quando incontriamo l’accusa di ipocrisia, leggendo il vangelo, non dobbiamo pensare soltanto all’infingimento, alla doppiezza, ma proprio a un nascosto senso di superiorità, e quindi di disprezzo per gli altri. “La carità – insegna Paolo – sia anypokrita” (cf. Rm 12,9), cioè non abbia finzioni. Sia, soprattutto, “una carità che rinuncia al protagonismo. Rinuncia, in realtà, a prospettive ideali che sono fantastiche, che sono immaginarie, che non rispettano il concreto della storia umana, rifiutando così un contatto davvero redentivo con il mistero di Cristo” (Pino Stancari). Fantasie di grandezza che ci precludono di partecipare al mistero di morte e risurrezione profetizzato e vissuto da Gesù. Il quale, realisticamente, non ne nega la possibilità, la costante insorgenza, ma le capovolge radicalmente: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” (v. 35).

fratel Alberto