Un “già” e un “non ancora”

Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli
Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli

25 marzo 2020

Mc 10,28-34 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 28Pietro prese a dire a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 29Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, 30che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. 31Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi». 32Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: 33«Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, 34lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà».


La buona notizia che ci raggiunge con questa pagina dell’evangelo ci rivela una duplice realtà: vi è l’annuncio di un “centuplo in questo tempo” e di una “vita eterna nel secolo che viene”, e poi l’annuncio che l’accoglienza di tale dono può richiedere separazioni, rinunce, allontanamenti, distacchi, perfino, talvolta, dalla propria vita (cf. Mc 8,34-38). Così come per Gesù essere fedele al dono ricevuto dal Padre, al dono dei suoi discepoli, al dono degli uomini tutti, ha voluto dire percorrere anche quella strada che lo avrebbe condotto alla morte violenta.

Nessun masochismo o ideale di una rinuncia fine a se stessa, ma adesione alla realtà: per accogliere un dono, un qualsiasi dono, anche umano, è necessaria una serie di rinunce, di scelte, di decisioni, e la nostra perseveranza nell’accogliere tali doni spesso dipende dalla serietà con cui siamo stati consapevoli della necessità di queste rinunce.

Così anche per accogliere l’evangelo (cf. v. 29), l’occhio del nostro cuore e della nostra mente deve rimanere fisso su di esso, sulla buona notizia che Gesù è venuto a portare e che dovrebbe riempirci di gioia e di gratitudine, al punto da abbandonare tutto ciò che ci è di ostacolo per accoglierla concretamente nella nostra esistenza.

E a coloro che accolgono l’evangelo anche accettando queste rinunce Gesù promette un “centuplo” in questa vita, con persecuzioni e sofferenze che verranno inflitte ai discepoli, e, in seguito, “la vita eterna”.

Non solo il centuplo quaggiù, “in questo tempo”, ma anche “la vita eterna nel secolo che viene”. Non solo “la vita eterna nel secolo che viene”, ma anche “un centuplo in questo tempo”. Non solo, dunque, un “già”, ma anche un “non ancora”, e non solo un “non ancora”, ma anche un “già”. Così la sapienza del credente sta nel saper coniugare questi due aspetti temporali, nel saper vivere il tempo come un tempo in cui siamo chiamati a riconoscere che vale la pena accogliere l’evangelo a qualsiasi prezzo.

Gesù lo mette bene in chiaro precedendo i suoi discepoli sulla via verso Gerusalemme: colui che essi hanno deciso di seguire abbandonando tutto (cf. v. 28) non è un Maestro glorioso, ma è un Figlio dell’uomo che incontrerà un rifiuto radicale e una morte violenta, ma anche che dopo tre giorni risorgerà.

Così l’annuncio della resurrezione, l’annuncio pasquale, è già presente in queste parole di Gesù, ed è il filo conduttore e il criterio interpretativo di tutta questa pagina di Marco: la buona notizia è che quel Gesù per il quale si è lasciato tutto, in nome del quale in questa vita si è vissuta una rete di relazioni, di amore, che ha comportato anche rinunce e sofferenze, quel Gesù che è stato ucciso come i maledetti da Dio e dagli uomini, ebbene, quel Gesù è risorto, è vivente per sempre, e ciò rivela, a noi e al mondo, che la nostra vita, seppur possa essere vista talvolta come un fallimento, in realtà è stata, anche se ignorata o disprezzata da altri, primizia della vita eterna, e apertura a essa, poiché “gli ultimi saranno primi” (v. 31).

Ma questo pone a ciascuno di noi una domanda: quel centuplo, insieme alle persecuzioni, e la vita eterna che Gesù promette li considero e li riconosco per me come buona notizia?

sorella Cecilia