A servizio della vita

Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli
Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli

26 marzo 2020

Mc 10,35-45 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 35si avvicinarono a Gesù, Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». 37Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 38Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». 39Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. 40Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
41Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. 43Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, 44e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. 45Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»


Il cammino di Gesù con i discepoli, di ieri e di oggi, è all’insegna dell’incomprensione, di un ripetuto fraintendimento. Mentre Gesù sale verso la notte del Getsemani con lucida consapevolezza, i discepoli non sanno la strada e non ne capiscono la direzione. Preoccupati di un posto di prestigio, si rivelano abitati da due grandi illusioni: che Gesù sia un messia potente e che alla visibilità della persona, al ruolo, corrispondano il senso e lo spessore di una vita. Agitati e resi arroganti dalla ricerca di una gloria tutta mondana, si dividono disgregando la comunità: se Giacomo e Giovanni cercano i primi posti, i loro compagni non sono da meno; più che dall’adesione autentica a Gesù, infatti, il loro sdegno sembra germogliare dalla delusione di non essere stati pronti e sfrontati come i figli di Zebedeo.

L’orizzonte meschino dei discepoli non scandalizza Gesù, che conosce il cuore umano e proprio da lì, dal cuore, cerca di ricominciare: dal desiderio che infiamma i propositi e le parole, che ci svela. Desiderio che va guardato in verità affinché Gesù possa ri-orientarlo dietro a lui. E una cocente verità di Giacomo e Giovanni è la presunzione: di sapere quanto in realtà non sanno, di potere ciò che in verità non possono. Non ora, almeno. Accecati dalla presunzione che porta fuori strada, i due non sono altro che dei malati bisognosi di cura. Come Bartimeo che, pochi versetti dopo e a differenza loro, riconoscerà la propria cecità, cercherà guarigione in Gesù e potrà seguirlo, lui sì, lungo la via.

Di fronte allo sdegno dei dieci, che palesa una profonda frattura del gruppo e alleanze temporanee di convenienza, Gesù raduna attorno a sé la comunità e la richiama all’essenziale. Ricorda che i governanti delle nazioni “sono considerati” tali, invitando così a non farsi abbagliare: la storia e le nostre storie non sono nelle mani dei potenti, ma di Dio. Sottolinea poi che i “grandi” del mondo altro non sono che oppressori e dominatori: cercare un potere come il loro rende complici della violenza. In terzo luogo, ricorda che nella sua comunità esiste un solo primato: servire la vita e l’umanità dell’altro, di ogni altro. Sì, per il cristiano c’è soltanto un prestigio: vivere per far fiorire la vita altrui; ed è gloria esigente perché non ammette compromessi: in gioco non è un fare, ma un modo di essere, di abitare la propria umanità. In ogni ambito in cui operi, il discepolo deve discernere come servire la vita, altrimenti non sarà discepolo. Infine, Gesù ricorda che a fondamento di un’esistenza così vi è lui stesso, il modo in cui ha incontrato, ascoltato, consolato, guarito, pianto, si è seduto a tavola: solo restando in lui e con lui si può assumere il suo stile e raccontarlo.

“Tra voi, però, non è così” (v. 43), ammonisce Gesù. Ovvero: “Ogni volta che tra voi è così, ogni volta che prevalgono le logiche mondane del potere, voi non siete la mia comunità; potete chiamarvi cristiana, anche monastica, ma non siete la mia comunità”. C’è un rischio da cui nessuna realtà ecclesiale è esente, un rischio che dovrebbe scuotere le nostre coscienze: definirsi di Cristo senza mai appartenergli davvero; parlare di Gesù agli altri senza mai vivere la comunione con lui e, in lui, tra di noi. 

sorella Chiara