Lasciarsi interpellare dal non conosciuto

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8 maggio 2020

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 7,25-39 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, 25alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? 26Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? 27Ma costui sappiamo di dov'è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia». 28Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. 29Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».
30Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora. 31Molti della folla invece credettero in lui, e dicevano: «Il Cristo, quando verrà, compirà forse segni più grandi di quelli che ha fatto costui?».
32I farisei udirono che la gente andava dicendo sottovoce queste cose di lui. Perciò i capi dei sacerdoti e i farisei mandarono delle guardie per arrestarlo. 33Gesù disse: «Ancora per poco tempo sono con voi; poi vado da colui che mi ha mandato. 34Voi mi cercherete e non mi troverete; e dove sono io, voi non potete venire». 35Dissero dunque tra loro i Giudei: «Dove sta per andare costui, che noi non potremo trovarlo? Andrà forse da quelli che sono dispersi fra i Greci e insegnerà ai Greci? 36Che discorso è quello che ha fatto: «Voi mi cercherete e non mi troverete», e: «Dove sono io, voi non potete venire»?». 37Nell'ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva 38chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva». 39Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato.


Lasciarsi interrogare oppure no dai fatti e dagli eventi che rivelano qualcosa di una persona: il rifiuto e l'accoglienza di Gesù si giocano dentro l’umanissima dinamica dell’incontro

Alcuni abitanti di Gerusalemme dicono: “costui sappiamo donde è”. Da questo sapere deducono l'impossibilità di Gesù di essere il messia in base a quello che essi – di nuovo – sanno di esso. Ironicamente Gesù riprende queste parole per smascherarne la violenza: “Sicché voi mi sapete e sapete donde sono?”. 

In questa pagina del vangelo emerge la violenza insita in una forma di sapere. È la violenza del complemento oggetto: voi sapete me, cioè avete la presunzione di sapere tutto quello che c’è di me, e questo non collima con il vostro sapere circa il messia. “Mi sapete” può tradursi: “mi possedete”. Si circoscrive e delimita l’altro al modo di un possesso, lo si rende tutto evidente, un “uomo di vetro”. Si nega il mistero dell’essere umano che sfugge a ogni pretesa di padronanza. L’altro è pietrificato nel “voi mi sapete”: ogni scambio è negato in anticipo, perché non c’è niente da scoprire e da ricevere. Ci si impedisce così l'incontro: il rifiuto dell’incontro nasce dal rifiuto dell’ascolto. Questo sapere però nasconde una paura, che emerge più volte tra le righe del vangelo nella ricerca di mettere le mani su Gesù. Ci si difende così dalla realtà plurale e molteplice. Caotica e discrepante. Ma qual è l'esito?

Essi non si lasciano interpellare da qualcosa che è in dissonanza con le loro aspettative messianiche e la loro dottrina. Non si aprono alla domanda ma rimangono solo nella conferma del già noto. Tra il sapere che nasce dalla questione aperta che l’esperienza pone e quello che viene da una dottrina fissata sembra esserci un contrasto insanabile. Questa conoscenza rassicurante (conoscono infatti la famiglia di Gesù Gv 6,42 e la sua patria Gv 7,52, mentre del messia è ignota l’origine) impedisce loro di rischiare l’esplorazione del mondo che gli si apre dinnanzi grazie a Gesù. Non si arrischiano nell’indagine del mondo nuovo che filtra dalle parole e dall'agire di Gesù. L’esito di questa presunzione di sapienza è alla fine il non sapere colui che ha inviato Gesù, ossia Dio, quel Dio che essi credono di servire. A loro sfugge l’incontro con il Dio che sceglie di rivelarsi attraverso le trame di un’esistenza umana, nella precarietà e fragilità dei giorni (Gv 1,14). C’è dunque un sapere pur ammantato di fede che costituisce una difesa dall’incontro con Gesù Cristo e un impedimento alla conoscenza del Padre che è nei cieli. Se il sapere su Gesù non si apre a ciò che ancora non si sa e che di nuovo dalla storia degli esseri umani si può ricevere sotto forma di domanda (i segni dei tempi), se non si lascia attrarre di nuovo dall’umanità di Gesù, dalle sue parole e dalle sue azioni, non potrà nemmeno incontrare il volto del Padre nello scorrere del tempo, al centro dell’esistenza. Se si perde lo scandalo inscritto nel comando di Gesù di uscire dalle posizioni in cui si è comodamente installati e di essere dove lui è (Gv 12,26), si perde l’incontro con il Padre.

fratel Davide