La grazia del servizio

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4 giugno 2020

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 17,7-10 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù disse diceva ai discepoli:" 7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: «Vieni subito e mettiti a tavola»? 8Non gli dirà piuttosto: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu»? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»».


Nelle parole di Gesù che oggi leggiamo si passa dall’avere un servo all’essere servo, forse a dire le differenti relazioni che possiamo vivere, a dire il servizio reciproco, sempre e comunque riconoscendo un unico Signore, che aveva già dichiarato: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12,37). 

È egli stesso che inviterà a considerare il più piccolo come il più grande, chi governa come colui che serve perché, dice il Signore “io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27), “affinché mangiate e beviate alla mia presenza nel mio regno” (Lc 22,30). Il capovolgimento messianico ci riporta, come nella nostra parabola, al mangiare e al bere (ripetuto due volte), al condividere la vita dunque: il servizio quotidiano cos’altro è se non questo cercare di dare vita, di donarsi e quindi in ultima istanza di fare quel che c’è da fare, spesso non scelto, spesso pure imprevisto? 

E occorre sì servire ma occorre anche imparare a lasciarsi lavare i piedi, dal Signore e da chi ci sta accanto, anche in modi altri da come faremmo noi, perché non tutto dipende da noi e da quel che noi possiamo vedere o comprendere ora. 

Il servo della parabola è colto nel suo giornaliero lavorare, nella sua relazione con il padrone, nel rientrare in casa per mangiare, anzi per preparare da mangiare al padrone, dal momento che questa normalmente è la dinamica: questo servo sta forse a ricordarci proprio che occorre fare quel che c’è da fare (notiamo l’insistenza del verbo “fare”) senza attendersi alcuna riconoscenza, alcun riconoscimento particolare, ma invece con una profonda disponibilità e libertà, senza pretese, come dovrebbe essere il nostro rapporto con Dio, nonché con chi ci è posto accanto. 

Non si dovrebbe dire: “Ho finito, sono un servo inutile”, perché, come scrive Bruno Maggioni: “Il tuo lavoro è stato utile. Si tratta invece di dire: ‘Sono semplicemente un servo’”. L’aggettivo spiazza e irrita. Alcuni traducono con “siamo semplici servi” (bj), “poveri servi noi siamo” (J. Jeremias), “servi senza pretese” (T. Braun) o “servi qualunque” (tob). Qualcuno ci ricorda che “nessuno, nemmeno Dio ci chiama ‘servi inutili’, ma Gesù ci invita a riconoscerci tali; è un invito alla santa umiltà”. E continua: “Siamo servi di Dio e la nostra relazione con Dio non appartiene al campo dell’utile, ma a quello della grazia: per Dio siamo ‘inutili’ perché ci ama ‘per grazia’! E la nostra azione, la nostra obbedienza è la nostra gratitudine per l’amore con il quale egli ci ha amati” (Daniel Attinger). 

Occorre allora uscire dalla logica dell’utile, logica dentro la quale non possiamo inscatolare l’amore, la carità: è forse utile cercare di amare? È nutrirsi alla stessa tavola, preparata da noi tutti, servi del Signore e servi gli uni degli altri, perché è il Signore stesso a parlarci del regno come banchetto, è il Signore che per primo si cinge la veste ai fianchi per servirci. 

sorella Silvia