Tornare a casa

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6 giugno 2020

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 18,9-14 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù 9disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. 11Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». 13Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». 14Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».


Gesù ci presenta una parabola in cui narra l’atteggiamento di due uomini in preghiera, e il suo intento è di rivelare quello che il disprezzo, che possiamo sentire in noi, produce spiritualmente (cf. v. 9).

Nello stesso tempo è un insegnamento sulla preghiera, su come pregare.

La preghiera è apertura attraverso cui cerchiamo di fare spazio in noi alla presenza di un Altro. Nell’atteggiamento del fariseo invece leggiamo una chiusura su di sé: “Pregava così tra sé”; sta parlando a sé e per sé e guarda a sé: “Non sono come gli altri”. Elencando poi la lista dei peccati o difetti degli altri afferma il suo disprezzo. Il solo fatto di disprezzare, cioè di abbassare gli altri, gli permette di innalzarsi, di curare l’immagine di sé davanti a Dio, misconoscendo che Dio conosce le profondità che ci abitano, e così disprezza anche il Dio che sta pregando. La preghiera è un usare Dio per la propria gloria?

Gesù “stava in preghiera”, dice Luca raccontandoci la scena del battesimo, e la sua preghiera si è fatta azione, quando si è messo in fila con i peccatori, senza disprezzo, senza condanna, nella più assoluta solidarietà con l’umanità che veniva da Giovanni a confessare il proprio peccato per ricevere la misericordia di Dio (cf. Lc 3,21). Ha vissuto a nome di tutti la conferma di quella parola che dice: “Chi si umilia sarà esaltato”.

Qual è stata l’esaltazione di Gesù? Quella di conoscere l’amore di Dio su di sé: “Tu sei il Figlio mio, l’amato”. Ecco il frutto della preghiera.

Il pubblicano della parabola ha gustato questo frutto. Essere giustificati è poter lasciare in noi lo spazio perché sia Dio a essere il nostro Dio e non il nostro io.

Il fariseo non abita in sé, non ha accesso alla sua verità personale profonda , vive in funzione dello sguardo degli altri: “Non sono come gli altri”; il pubblicano abita la sua verità, osa dire “io sono... un peccatore”. Disprezza se stesso? Direi di no. Riconoscere quello che siamo nella fiducia e fede in Dio e non senza fiducia e fede in Dio, è porsi in verità davanti a Colui dal quale aspettiamo tutto. Riconoscere la nostra verità attraverso lo sguardo di Dio che ci ama, ci apre ad accoglierci come siamo, senza disprezzo perché il Signore non ci disprezza. Riconoscere la nostra incapacità di salvarci, cioè di vivere pienamente la vita di amore alla quale il Signore ci chiama, e assumere senza fuggire questa nostra responsabilità, permette al Signore di essere il nostro Signore e ci libera dall’idolatria dell’io che imprigiona il fariseo. È un tornare a casa (conversione) accompagnato dalla giustificazione di Dio.

Chi disprezza se stesso è invece il fariseo: se ha bisogno di umiliare gli altri per sentirsi grande, allora rivela la poca stima di sé. Essendo la sua preghiera una chiusura su di sé, non lascia al Padre nessuno sbocco per avvicinarlo e parlare al suo cuore ferito: disprezzando gli altri, si giudica da sé, si allontana dalla relazione con gli altri.

Cosa può dirci questa parabola? In fondo, il fariseo e il pubblicano sono due istanze che ci abitano.

Di fronte al nostro peccato, alla nostra difficoltà di amare, possiamo chiuderci e rifugiarci nei giudizi sugli altri e così restare nell’autogiustificazione mortifera, o possiamo aprirci umilmente e approdare alla grazia di Dio che ci attende per giustificarci e darci la possibilità sempre rinnovata di amarlo e accogliere gli altri nel loro peccato.

Sorella Sylvie