Mendicanti nello spirito

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19 giugno 2020

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 10,21-24 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 21Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 22Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». 23E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 24Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».


Che cosa rivela il Padre ai piccoli mediante Gesù? Se stesso! Egli è il Padre che fa sorgere il sole su buoni e cattivi e fa piovere su giusti e ingiusti! È il Padre che si fa conoscere mediante la pratica di vita di Gesù, come il Dio ricco di compassione e misericordia per ogni creatura.

E chi sono i piccoli? La parola greca si può tradurre anche con “infante”, il bambino così piccolo da non parlare ancora e da dipendere totalmente dagli adulti. “Infante” è sinonimo di “senza potere”. “Piccoli” indica in primo luogo coloro che sono socialmente invisibili e irrilevanti. Ora proprio questi sono visti da Dio! È a loro che Gesù rivela il volto del Padre. Manifesta così che agli occhi del Padre essi sono rilevanti. La rilevanza è nella nuda condizione umana amata e benedetta da Dio. Dio guarda così gli esseri umani. Si radica qui la scelta di coloro che sono poveri da parte di Dio. In questo sguardo si apre tutto lo spazio della profezia cristiana e dell'azione nella società. Si tratta per noi di cominciare a vederci bene. Forse iniziando a demolire in noi gli schermi che rendono invisibili alcune persone.

La memoria di Romualdo guida a una lettura più profonda nell'opera di liberazione dello sguardo. Nella Vita dei cinque fratelli Giovanni, un discepolo di Romualdo, racconta la semplice norma di vita ricevuta dal maestro. Essa termina così: “Siedi come un bambino contento solo della grazia di Dio e incapace, se non è la madre stessa a donargli il nutrimento, di sentire il sapore del cibo e anche di procurarsene”. Piccolezza diventa la condizione dello spirito per ricevere il dono di Dio. Una condizione da ricercare e coltivare. Di che cosa si tratta?

Piccolo è chi fa i conti seriamente con la morte. Egli accetta la propria irrilevanza fondamentale, l'essere per la morte. Non evade da essa disperdendosi fuori di sé: non si esalta nell'arroganza, nell'orgoglio, nella ricerca di potere, nell'abbarbicarsi a ciò che si ha, né si sprofonda nella disistima di sé. Si accoglie nella propria finitezza! Solo così il credente trova la propria rilevanza in Dio come qualcosa che riceve in dono. Accoglie come dono l'essere figlio amato dal Padre in Cristo.

Scoprire chi si è agli occhi del Padre nella propria finitezza al di là della dicotomia fra vita e morte apre a uno sguardo altro sulla realtà. La si ritrova ora come dono, non più come possesso né come pretesa. La finitezza originaria è via di comunione con ogni essere umano, fratello nella condizione mortale e destinatario dell'amore del Padre. Anzi, fa vedere in ogni creatura vivente un fratello o una sorella; per questo motivo è degna di rispetto e di amore. Cambia il rapporto con il tempo. Ogni giorno potrebbe essere l'ultimo; per questo è donato. Si apprezza così l'oggi. Non si ha che questo tempo da vivere. Quanto s'incontra risplende di questa unicità e chiede che si prenda cura di esso.

Si impara a vivere da mendicanti nello spirito. È l'atteggiamento di chi riceve tutto in dono e comprende l'importanza della quotidianità come tempo in cui il Signore viene. 

fratel Davide