Un “venire” che salva

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23 giugno 2020

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 3,13-17 (Lezionario di Bose)

13In qual tempo Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. 14Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». 15Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. 16Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. 17Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento». 


Giovanni battezzava, cioè immergeva e predicava l’immersione nella conversione, in una nuova prospettiva di vita, nell’inversione del senso di marcia, della direzione del proprio cammino esistenziale.

Giovanni vedeva venire a lui una varia umanità, fatta di osservanti della Legge, di uomini del culto, di collaborazionisti con gli occupanti, di esistenze intenebrate dalla corruzione del peccato, gente che il Battista apostrofava con forza, chiamandoli “razza di vipere” (v. 7).

Ma “Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni” (v. 13). Vi è qui una discontinuità rispetto a quel “venire” della gente a Giovanni per l’immersione nelle acque del Giordano, una discontinuità segnata dal “venire” di Gesù presso Giovanni, un “venire” che lascia il Battista stupito e perplesso. “Tu vieni da me?” (v. 14), tu che non hai bisogno di essere immerso, perché non appartieni a quella “razza di vipere” (v. 7), tu che non sei un “albero che non dà buon frutto” (v. 10), perché tu sei il Giusto (cf. 1Gv 2,1), l’Agnello che porta su di sé il peccato del mondo (cf. Gv 1,29), perché Dio ti ha fatto peccato per noi, mentre noi eravamo ancora peccatori... (cf. 2Cor 5,21; Rm 5,8).

Il Battezzatore cerca di resistere, ma Gesù insiste: Gesù scende nella compagnia dei peccatori non nonostante la propria innocenza, ma proprio a motivo di quell’innocenza. Nelle sue parole, nelle sue azioni, nei suoi pensieri non abita il peccato, ma il suo sguardo, la sua postura, i suoi discorsi sono capaci di guardare, accogliere, comprendere e accompagnare l’uomo che ha sbagliato: il Cristo vede il peccato, non lo nega né lo minimizza, ma intuisce anche le ombre e i pesi del passato che stanno all’origine del male e, nel contempo, sa intravedere anche l’avvenire possibile per il peccatore che voglia imboccare la via della conversione, del pentimento, della penitenza.

“Gesù venne al Giordano da Giovanni”, e in quel “venire” si manifesta la solidarietà e la prossimità di un Dio che viene all’uomo: 
Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,
sazia il corpo e l’anima del suo pane,
muore in croce per cristiani e pagani
e a questi e a quelli perdona (D. Bonhoeffer).

E su questa scena si posa il “compiacimento” del Padre per quel Figlio “amato” (v. 17), forse un compiacimento dettato proprio dalla sua scelta di stare in mezzo ai feriti dalla vita e dal peccato, non in mezzo ai sani, ma ai malati (cf. 9,12) che hanno bisogno del suo “venire” per essere ri-creati, per essere guariti, nella sua compagnia, al suo fianco.

“Quando Gesù appare sulla scena, egli riporta l’umanità al suo stato originario. Ma per poter fare ciò, egli, che ripara l’umanità per così dire ‘dall’interno’, deve scendere nel caos del nostro mondo umano. Cristo deve abbassarsi completamente al nostro livello, dove le cose sono senza forma né significato, in uno stato di vulnerabilità e debolezza, per far sì che sbocci la vera umanità” (R. Williams).

E il Padre si compiace di quella solidarietà, di quell’abbassamento del Figlio, venuto a farsi immergere nelle acque caotiche dell’umano, “in quei luoghi dove l’umanità è più a rischio, più disordinata, malconcia e bisognosa” (R. Williams). Il Padre si compiace dello svuotamento (cf. Fil 2,7) di Colui che si è immerso nel caos che c’è fuori e dentro l’uomo: Lui, infatti, è venuto perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (cf. Gv 10,10). 

fratel Emanuele