Galilea, terra scomoda

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25 giugno 2020

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 4,12-16 (Lezionario di Bose)

In quel tempo12quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, 13lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, 14perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:

15Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
16Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta.


Le prime parole pubbliche di Gesù, secondo l’evangelista Matteo (4,17), sono rivolte a quelli che abitano nella regione di Galilea, terra di stranieri (cf. 2Re 15,29), di gente della periferia.

La Galilea è la regione in cui si trova Nazaret, città in cui Gesù vive da rifugiato per sottrarsi al potere che aveva posto un sigillo di morte su di lui (cf. Mt 2,22), e Cafarnao, città in cui Gesù si reca per dare avvio alla sua presenza pubblica, nella compagnia degli uomini e delle donne. La Galilea è anche la terra in cui il Cristo Risorto invierà i discepoli a portare la buona notizia (cf. Mt 28,10-16). In questa regione si compie quello che i profeti avevano annunciato di lui (cf. Mt 4,14).

La vita di Gesù è legata a questa terra scomoda, chiamata Galilea delle genti (cf. Is 8,23), terra di pagani (cf. 1Mac 5,21), di infedeli, di lontani dal centro della religiosità, da Gerusalemme, simbolo della fede, ma anche lontani dal cuore dell’integralismo religioso, dei precetti e delle norme spesso mai incarnati. Gesù lo denuncerà più volte! Gesù vive e porta una buona notizia proprio lontano da tutto ciò, da una certa brama di rettitudine.

Proprio perché lontana essa si presenta come terra feconda e fertile, libera per chi si mette alla scuola dell’accoglienza di una parola altra, scomoda e liberante. Solo se l'uomo non indossa la maschera delle  proprie certezze e sicurezze, anche religiose, può aprirsi ad una parola diversa. La Galilea allora è la comunità fertile in cui, in ogni uomo e ogni donna, può fiorire quel seme, può accendersi quella luce che a poco a poco rischiara la tenebra, in cui può essere seminata la buona notizia facendo fiducia che lì attecchisce senza sapere come.

Gesù si rivolge a tutti, egli appare come quella luce che il popolo che abitava nelle tenebre vide (cf. Mt 4,16; Is 9,1). Il cristianesimo scomodo di Gesù fa breccia nella notte della storia, dell’esistenza, nel buio dell’insensatezza, nel deserto inumano, nell’abisso della sofferenza. È lì che la luce emana calore e senso. “Io sono la luce del mondo; chi segue me … avrà la luce della vita” (Gv 8,12). La sua parola proprio perché guarda in faccia la realtà tutta intera rende chiara e svela ogni secondo che ci è concesso di vivere.

Ma non basta guardare a quella parola che fa verità su noi stessi, non basta fermarsi al nostro vederci chiaro. Gesù invita a fare di questo dono un dono per gli altri. “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14).

La fede ricevuta, la fiducia ricevuta, la libertà donata possono diventare fede, fiducia, libertà per altri.

Gesù, abbiamo visto, inizia a predicare in questa terra dove per fama non troverà ascolto, ma lui si pone come colui che accoglie tutti e non giudica, che non spazza subito via le tenebre di morte. Egli si pone nella vita degli uomini e delle donne permettendo alla sua luce, alla sua gioia, al suo amore di giocare il ruolo di rischiarare, di mettere sulla tavolozza della vita una tonalità chiara su una scura, fino a creare giochi di luce e ombre, giochi di movimento e di dialogo fraterno.

“Il Signore è mia luce e mia salvezza di chi avrò paura?” (Sal 27,1).

sorella Francesca