"Venite a me"

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16 luglio 2020

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 11,25-30 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù rispondendo ai discepoli di Giovanni disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».


Manca una parola nella traduzione ufficiale di questo brano evangelico. “In quel tempo Gesù, rispondendo, disse”. Rispondendo a chi? A una domanda che gli è stata posta all’inizio del capitolo dai discepoli di Giovanni: “Sei tu che devi venire o dobbiamo aspettarne un altro?”. È come se gli dicessero: “Perché non ti riveli a noi?”. Gesù non risponde direttamente alla domanda, con un sì o un no, ma ora, in conclusione, rovescia l’interrogativo e dice: “Venite a me”.

Capovolgendo ogni logica mondana, quelli che sono maggiormente avvantaggiati in questa auto-rivelazione di Gesù non sono i sapienti e gli intelligenti (potremmo dire anche i “furbi”: almeno una volta, nella Bibbia greca, il vocabolo ha questo significato) ma i piccoli e i poveri. Come mai? Una vera spiegazione non c’è, perché questo è semplicemente il “beneplacito” di un Padre che ama tutti ma non si rivela a tutti allo stesso modo. Si rivela agli uni e si nasconde ad altri. Forse si può dire, in termini sapienziali, che “resiste ai superbi ma fa grazia agli umili” (Pr 3,34). Così facendo, ristabilisce una certa giustizia, rispetto ai canoni e ai valori di questo mondo.

Forse si può anche dire che i piccoli sono più capaci di un attaccamento fedele, senza calcoli, senza infingimenti. Non è raro, infatti, che le persone più attaccate agli altri siano anche quelle meno appariscenti o più trascurate.

Forse sono proprio gli oppressi e gravati da occupazioni non gratificanti, anzi da lavori umilianti, quelli che hanno più bisogno di una “anàpausis”, termine greco equivalente a shabbat: riposo, requie, sollievo.

Ma soprattutto si deve dire che i piccoli e i poveri sono i più congeniali a Gesù, “mite ed umile di cuore”: sanno più facilmente immedesimarsi con lui. Più facilmente si “accontentano” di lui, se così si può dire, cioè non si scandalizzano della sua umanissima piccolezza . Ai discepoli di Giovanni Gesù aveva anticipato poco prima proprio questa beatitudine: “Beato chi non si scandalizza di me”. Coloro che non hanno in Gesù occasione d’inciampo, di contraddizione, che non percepiscono da lui nessuna accusa, nessuna condanna, trovano “pace” alle loro anime.

“Cerca la chiave del tuo cuore, e mille troveranno la salvezza presso di te”. Così insegna san Serafino di Sarov. Gesù possiede questa chiave, che poi è l’amore del Padre, il suo compiacimento non ostante tutte le opposizioni e le incomprensioni patite. E anche noi troviamo la pace, se la chiave del nostro cuore è Gesù.

fratel Alberto