Sostenuti dalla memoria, vivere con speranza

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10 agosto 2020

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 16,1-12 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 1 i farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo. 2Ma egli rispose loro: «Quando si fa sera, voi dite: «Bel tempo, perché il cielo rosseggia»; 3e al mattino: «Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo». Sapete dunque interpretare l'aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi? 4Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona». Li lasciò e se ne andò. 5Nel passare all'altra riva, i discepoli avevano dimenticato di prendere del pane. 6Gesù disse loro: «Fate attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei». 7Ma essi parlavano tra loro e dicevano: «Non abbiamo preso del pane!». 8Gesù se ne accorse e disse: «Gente di poca fede, perché andate dicendo tra voi che non avete pane? 9Non capite ancora e non ricordate i cinque pani per i cinquemila, e quante ceste avete portato via? 10E neppure i sette pani per i quattromila, e quante sporte avete raccolto? 11Come mai non capite che non vi parlavo di pane? Guardatevi invece dal lievito dei farisei e dei sadducei». 12Allora essi compresero che egli non aveva detto di guardarsi dal lievito del pane, ma dall'insegnamento dei farisei e dei sadducei.


Ci troviamo ad una svolta nel cammino di Gesù verso Gerusalemme. A Cesarea di Filippo Pietro lo proclamerà il Cristo, da quel momento egli annuncia ai suoi discepoli, incapaci di comprendere, la necessità della sua passione. Ma viene anche trasfigurato, rivelando la gloria del Figlio amato dal Padre, gloria che si manifesta proprio nella piena obbedienza alla passione che sta per compiersi.

Anche a noi è chiesto di discernere come ascoltare e seguire il rabbi di Nazaret.

Gli episodi che abbiamo letto ci mostrano due diverse incapacità di comprendere Gesù. Da una parte la durezza di cuore è causata dalla malvagità e dalla malafede di chi non vede i segni di vita da lui compiuti e gli rivolge solo parole false, parole di morte per coglierlo in fallo. Dall’altra troviamo l’incapacità dei discepoli di comprendere l’oltre rispetto ai miracoli e ai segni di cui sono testimoni. Essi rimangono ancorati alle preoccupazioni della vita: che cosa mangeremo, che cosa berremo (cf. Mt 6,31), distolti da molti servizi non comprendono che tutto questo assumerà senso e valore solo quando avranno compreso e accolto l’unica cosa necessaria (cf. Lc 10,42).

Entrambi questi atteggiamenti appartengono al nostro parlare e agire quotidiano. Questa parola ci interpella fortemente sulla qualità della nostra parola, rivolta non solo al Signore, ma soprattutto ai fratelli e alle sorelle accanto a noi.

L’episodio dei farisei che chiedono un segno dal cielo è una ripetizione nella redazione del Vangelo secondo Matteo, lo troviamo già in al capitolo 12,38-39, dopo che Gesù dice che la bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda e subito gli viene rivolta una parola di falsità. I farisei chiedono un segno dal cielo e vengono rimandati a leggere i segni dei tempi. Non possiamo far dipendere la nostra fede da un segno celeste senza riconoscere la presenza del Signore nella nostra vita quotidiana e terrena. 

In realtà leggendo i molti incontri di Gesù vediamo come tanti altri si siano rivolti a lui chiedendo un segno: il centurione romano, il capo della sinagoga, l’emorroissa, la donna cananea. Essi chiedono un segno; la guarigione per sé o per i propri cari, ma si avvicinano a Gesù nella loro totale povertà, condotti davanti a lui nella nudità del dolore e della ferita che li abita, mossi solo dalla speranza che la parola e l’incontro con questo rabbi possano guarirli. La donna cananea, così come la peccatrice di Lc 7,36 che non parla ma solo ama, addirittura “convertono” Gesù con la loro fede pura. Chiediamoci se la parola che rivolgiamo all’altro nasce dal desiderio di dominio o di ascolto autentico dell’altro, dalla nudità disarmata della ferita e del dolore che tutti noi in misura diversa portiamo nel cuore, una totale inermità nutrita unicamente dalla speranza che l’incontro con l’altro possa sostenerci, guarirci, confortarci. Questo atteggiamento di ascolto “altro”, nella speranza e nella fiducia, non cancellerà il male e il dolore, i segni di questo tempo, ma ci donerà uno sguardo nuovo capace di scorgere in ogni realtà un raggio della sua luce.

La memoria, della cui mancanza Gesù rimprovera i discepoli, ci aiuta a volgere il nostro sguardo al futuro. Memoria di ogni istante di bene che abbiamo ricevuto, anch’essa dimensione fondante della relazione con l’altro.

Il Signore ci conceda in questi tempi di tessere ogni nostra parola e relazione di memoria e speranza perché possiamo resistere alla barbarie e all’insegnamento dei falsi maestri e dei profeti di sventura.

fratel Nimal