Di fronte all’impossibile

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14 agosto 2020

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 17,14-21 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 14si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio 15e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell'acqua. 16L'ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo». 17E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». 18Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito.
19Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». 20Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: «Spòstati da qui a là», ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile»


Un uomo si avvicina a Gesù implorando la guarigione del figlio afflitto da epilessia. Si era già rivolto ai discepoli del Signore, ma questi non sono riusciti a guarirlo, nonostante avessero ricevuto da Gesù il potere di scacciare i demoni e di curare ogni malattia e infermità (cf. Mt 10,1).

Il racconto di guarigione passa quasi in secondo piano rispetto alla constatazione di impotenza dei discepoli, che in disparte domandano a Gesù: “Perché noi non abbiamo potuto?” (cf. v. 19). C’è un male che i discepoli non riescono a combattere da soli, con le proprie forze. È uno scacco che anche noi conosciamo quando, pur armati di buona volontà, non riusciamo ad averla vinta sulle potenze mortifere che vediamo in noi e attorno a noi, nelle nostre relazioni che a volte sono come “morte”, perché segnate dalla mancanza di dialogo e di comprensione.

Come far fronte a ciò che ci pare impossibile? Gesù suggerisce come “via” la fede, il credito che facciamo all’altro, l’abbandono confidente alla vita. La fede porta con sé l’accettazione dei nostri limiti e vulnerabilità, e presuppone la rinuncia ai sogni di onnipotenza che ci portano a fallire completamente il bersaglio. Il potere di liberare dal demonio (leggi: il male) appartiene a Dio, non all’uomo. Il discepolo può esercitarlo solo nella fede, come qualcosa che si può chiedere nella preghiera, affidandoci a colui che può liberarci dal male, come preghiamo nel Padre nostro. 

La fede è capacità di non arrendersi all’evidenza del peccato per scorgere all’opera i segni della grazia in noi e negli altri; energie di resurrezione, di cambiamento possono sprigionarsi nelle situazioni più complicate. La fede arriva a sperare contro ogni speranza, a credere “nell’impossibile possibilità di Dio”, con le parole di un autore spirituale.

Il rimprovero aspro di Gesù ─ “O generazione incredula e perversa” (v. 17) ─ per la “fede piccola” dei suoi discepoli diviene accorato appello e promessa: “Se avrete …” (Mt 17,20). La fede non è una realtà acquisita una volta per tutte, ma in divenire. È un cammino che dischiude grandi potenzialità, come quella di un granello di senape, che è “il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero” (Mt 13,32). “Ciascuno diventa grande in rapporto alla sua attesa. Uno diventa grande con l’attendere il possibile, un altro con l’attendere l’eterno, ma colui che attende l’impossibile, diviene più grande di tutti” (S. Kierkegaard).

Nella lotta della fede non siamo soli, Cristo è con noi; perciò dobbiamo “tenere fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2). La fede cresce a misura della nostra relazione con il Signore: “Credo; aiuta la mia incredulità!”, così si rivolge il padre del fanciullo a Gesù nella versione di Marco parallela al nostro testo (cf. Mc 9,24); il credente unisce all’atto di fede la confessione della coscienza della propria fatica a credere.

È con questa disposizione semplice e confidente che possiamo aprirci agli altri e offrire una presenza affidabile e ospitale capace di suscitare fiducia; riusciremo così a spostare il “monte” di amor proprio che grava sul nostro cuore: “Abbassa, o Signore, le colline del nostro orgoglio con la tua umiltà e mitezza”.

fratel Salvatore