Sollecitati dai piccoli

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18 agosto 2020

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 18,12-14 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:"12Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? 13In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. 14Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda.


Nei capitoli precedenti al testo di oggi Gesù ha parlato alle folle del regno dei cieli usando delle parabole per comunicare loro, con scene della vita quotidiana, la straordinarietà del Regno. Straordinarietà che non significa inaccessibilità o impossibilità a viverlo, ma è qualche cosa che esce dall’ordinario inteso come abitudine, che non permette di scorgere negli incontri o negli avvenimenti ciò che può portarci a un cambiamento.

Gesù parla di un contadino che esce a seminare e non si fa problema che il seme cada anche in terreni che notoriamente non danno frutto. Parla di un altro contadino che dopo aver seminato del grano non vuole che venga estirpata la zizzania che ha invaso il campo per paura che anche il grano ne possa risentire. Prende come esempio per indicare la grandezza del regno dei cieli un granello di senape, il più piccolo tra tutti i semi, ma, una volta cresciuto diventa uno degli alberi più grandi, manifestando la forza che il seme già possiede in se stesso. Simile a questa sarà la parabola successiva in cui Gesù parla del Regno come quel lievito che una donna mescola nella farina. Infine parla del Regno come un tesoro nascosto in un campo e di quello che provoca in chi lo scopre: una gioia che porta a vendere tutti gli averi per comprare quel campo. Così succede al mercante che trovata la perla preziosa vende tutti i suoi averi e la compra. Insomma, scene quotidiane che, vissute in una maniera meno superficiale e più attenta e con una dose di speranza, possono fare emergere realtà inaspettate che ci portano a compiere scelte audaci, come negli ultimi due casi, in cui il contadino e il mercante, capendo la portata di ciò che hanno trovato, hanno il coraggio di vendere tutto per comprare il tesoro. Un distacco dai propri beni caratterizzato più dalla gioia di quello che si è trovato che non dalla tristezza di ciò che si è abbandonato.

La parabola di oggi, del pastore e della pecora smarrita, è rivolta ai discepoli e alla comunità e anch’essa sorprende per la logica che soggiace a essa. Come nelle altre parabole avvenimenti quotidiani vengono vissuti in un modo del tutto diverso da quello che l’abitudine e la superficialità ci porterebbero a fare. Ma è proprio questo modo di affrontare diversamente la realtà, seguendo quella umanità che Gesù stesso ha vissuto, che ci permette di scorgere che il Regno è già in mezzo a noi. La parabola è incorniciata da due frasi che concernono i piccoli. I piccoli sono i bisognosi da ospitare, i deboli da non mettere in difficoltà, le persone senza peso sociale o culturale da non trascurare. La parabola però dice che i piccoli non sono solo chi entra in queste categorie, ma anche i peccatori. E nei loro confronti non basta una generica attenzione; occorre invece essere sollecitati dalla loro sorte; anzi, bisogna considerarli così importanti da mettersi alla loro ricerca, trascurando, in apparenza, il gregge. L’essersi smarriti non è condizione che pone queste persone ai margini, ma al centro, come lo sono per Dio. Il punto di forza della parabola è la gioia del ritrovamento che traduce quella sollecitudine di Dio verso ciascuno di noi: l’amore particolare che ha per ciascuno di noi. Un tale modo di agire può essere considerato un paradosso se la logica che soggiace è quella del numero, del prestigio o di altre cose simili. Assolutamente non lo è se la logica della comunità è quella dell’amore tradotto nel profondo desiderio del Padre “che neanche uno di questi piccoli si perda”.

sorella Beatrice