A misura di cruna

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25 agosto 2020

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 19,23-30 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 23Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. 24Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 25A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: «Allora, chi può essere salvato?». 26Gesù li guardò e disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile».
27Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». 28E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele. 29Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. 30Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi.


“Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli” (v. 23). Gesù ha appena visto un suo interlocutore andare via triste perché incapace di accogliere l’invito a condividere i propri beni dandoli ai poveri (cf. vv. 21-22). Per entrare nel Regno occorre incarnare nell’oggi le sue logiche: la condivisione – autentico nome della povertà cristiana, mai declinata da Gesù come miseria – è una di queste. Condividere, donare e, di conseguenza, fare festa e gioire insieme: ecco i verbi del Regno. Chi non li coniuga nella propria esistenza difficilmente può entrarvi ma, attenzione, non ne viene escluso da Dio – a cui tutto è possibile, anche “spingere” un ricco nel Regno –, è lui stesso a privarsi della chiave di accesso.

La porta che immette nella vita del Regno, cioè in una esistenza già qui e ora di qualità divina ed eterna, è stretta (cf. Mt 7,13-14) quanto la cruna di un ago; per passarvi occorre quindi farsi sottili: non c’è da accumulare bensì da perdere. Ma che cosa è davvero importante lasciar andare? Il dialogo precedente è illuminante. L’uomo che ha parlato con Gesù era un amante della Legge, da lui conosciuta e osservata con scrupolo; aveva il cuore attaccato a tanti beni materiali ma anche a un’altra ricchezza: la convinzione di salvarsi con le proprie forze attraverso il rispetto puntuale delle norme. Gli mancava l’umiltà di ricevere la salvezza come dono gratuito e immeritato, atto d’amore che, accolto, apre alla gratuità delle relazioni. Ecco che cosa ci fa a misura di cruna: perdere l’idea di salvarci da soli per lasciarci condurre sui sentieri dell’amore di Dio. In fondo, la misura della cruna altro non è che il suo amore che dona senza misura: porta stretta perché a forma di croce.

“Allora, chi può essere salvato?” (v. 25). I discepoli hanno già lasciato il lavoro e la famiglia, eppure sentono che il loro slancio non basta, che c’è uno scarto apparentemente incolmabile tra la realtà umana e le esigenze di Dio. È uno scarto che riguarda soprattutto l’uomo religioso che si affida alle proprie prestazioni ascetiche e morali, ma concerne pure l’umano in quanto creatura: il Regno non si comprende con l’intelligenza o con le altre capacità, ma riconoscendo il proprio limite e creando così uno spazio interiore dove si può essere raggiunti dal dono di Dio.

 “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?” (v. 27). Nella domanda di Pietro emerge una paura che ci assale lungo il cammino, nella fatica della fedeltà al nostro battesimo e alla nostra specifica forma di vita: vale davvero la pena? Si lasciano i beni e persino gli affetti più cari, ma per che cosa? Pietro – e noi con lui – non si rende conto che in quel lasciare già opera l’impossibile di Dio: è in questa incoscienza circa l’azione divina in noi che cresce la paura per il futuro. La risposta di Gesù è spiazzante perché capovolge il punto di vista. Secondo il discepolo al cuore della sequela c’è il verbo lasciare; per Gesù c’è il verbo ricevere, e “cento volte tanto”: il distacco fatto in nome suo, ovvero per amore della sua persona, non è mai una perdita, è un guadagno! Sono gli occhi del nostro cuore a non vederlo e non crederlo.

sorella Chiara