Il “sì” all’amore più grande della morte

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27 agosto 2020

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 20,17-23 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 17mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: 18«Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte 19e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».20Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. 21Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di' che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». 22Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». 23Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato»


Per la terza volta, lungo la strada che sale a Gerusalemme, Gesù comunica ai suoi che cosa lo attende nella città santa: una morte violenta. Consegnato dall’autorità religiosa e intellettuale sarà messo in croce dai romani. La parola detta ai discepoli altro non è che il riverbero della lotta interiore di Gesù davanti alla sua morte. I tre annunci della passione sono il racconto del progressivo e approfondito misurarsi con l’idea che il probabile esito della sua missione sarà una morte violenta. E nel brano di oggi questa meditazione fa i conti con una morte che sancisce quasi un fallimento: sarà appeso alla croce, luogo del maledetto da Dio e del rifiutato dagli esseri umani. La morte violenta è una crisi che mette in forse l’intero suo ministero agli occhi stessi di Gesù prima che a quelli degli altri. Gesù si confronta con questa oscurità e decide di non tirarsi indietro.

Sinora ha annunciato il vangelo del regno di Dio, un regno in cui vengono abolite tutte le esclusioni che costellano l’esistenza degli esseri umani. Un regno il cui banchetto è aperto a ogni essere umano, dal pagano al peccatore pubblico. Scappare alla morte vorrebbe dire contraddire l’annuncio per il quale vive. Significherebbe smentire il Padre che fa piovere e fa sorgere il sole su ogni creatura. Attesterebbe la sua mancanza di fiducia in un Padre che ha promesso di essere con lui. Egli riflette su quello che in lui muove il pensiero di una tale morte: il rifiuto da parte delle autorità religiose, politiche e intellettuali del suo popolo; l’essere consegnato da uno dei suoi; il supplizio che attesta un fallimento. Da questa riflessione emerge con la decisione di restare fedele alla sua missione, di approfondire la sua scelta di essere il messia che abbatte i muri alzati dagli esseri umani e che creano esclusione. Le trasformazioni profonde nascono quando non si è reattivi. Sono frutto di decisioni che sgorgano dal riflettere su quello che fa emergere in noi una situazione di crisi. E Gesù esce trasformato da questa meditazione sulla morte. Esce ancora più libero: nell’acconsentire a essa si ritrova libero dalla paura che paralizza, disorienta e può far scendere a compromessi. “La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire” (Michel de Montaigne). Il sì che dice all’amore incondizionato del Padre per ogni creatura è più forte e più grande della morte. Anzi la ingloba come tempo in cui poter vivere ancora il servizio agli esseri umani e l’annuncio del farsi prossimo del regno di Dio agli uomini e alle donne del suo tempo.

Gesù racconta il suo travaglio ai discepoli, perché anch’essi imparino a meditare la morte in maniera evangelica. Perché scoprano nel perdere ogni giorno la vita per Cristo, conformandosi a lui, al suo sentire e al suo amare, l’evangelico prepararsi alla morte sino al caso serio di bere al calice di Cristo, cioè il martirio.

fratel Davide