La sofferenza dell’altro

65f71901224e2e369071b9f501558e90.jpg

15 settembre 2020

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 7,11-17 (Lezionario di Bose)

In quel tempo11Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. 12Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. 13Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». 14Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». 15Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. 16Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». 17Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.


La predicazione di Gesù, ma soprattutto i segni che il Maestro di Galilea va compiendo, ne stanno facendo un personaggio popolare, che vede crescere il consenso e il seguito di folle. Il brano si apre infatti con la descrizione di un corteo che segue Gesù: “Con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla” (v. 11). Questo rende quasi trionfale il suo ingresso nella “città di Nain”, come la chiama Luca.

Ma proprio alla porta della città, questo primo corteo ne incrocia un altro, che muove in direzione opposta. Portano un morto di cui Luca abbozza la vicenda e il dramma: “Unico figlio di una madre rimasta vedova!” (v. 12). Anche questo corteo è nutrito. La particolare drammaticità dell’evento ha stretto intorno a quella madre affranta “molta gente della città” (v. 12).

Due cortei così diversi… eppure così usuali: un Rabbi di successo, che con le sue parole e i suoi gesti conquista una larga audience; e una donna, una delle tante, che piange i suoi morti, la cui doppia tragedia attira l’attenzione, o forse solo la curiosità, di una discreta folla.

Due cortei che potrebbero non incontrarsi e neppure accorgersi l’uno dell’altro se non, forse, per il fastidio che si recano reciprocamente trovandosi ad attraversare nello stesso momento le porte della città. Troppo diversi uno dall’altro, e troppo presi ciascuno da ciò che stanno vivendo: l’euforia di chi segue un rabbi così speciale o il dolore di chi si sente schiacciato da una morte così tragica.

Solo una persona passa dall’uno all’altro dei due cortei. Esce dal proprio flusso, dal circolo dei “suoi”, e vede cosa accade dall’altra parte. Solo uno, Gesù, vede e prova compassione per quello che sta accadendo al di là. Gesù non si lascia avvolgere né rinchiudere da quella folla che lo attornia, ma resta capace di vedere anche il resto. E di questo resto, in particolare il dolore di quella donna che non chiede nulla, ma semplicemente gli passa accanto.

Questa resurrezione non è la sola narrata dai Vangeli, ma è l’unica a non essere provocata da alcuna richiesta. Avviene per esclusiva iniziativa di Gesù che vede ed è mosso da amore viscerale. E quella compassione ridarà speranza a chi l’aveva persa, ora talmente afflitta da non osare neppure chiedere. Quella compassione ridà futuro a una vedova che con la morte del figlio aveva perso ogni risorsa e ogni ragione di vita.

Ma questo è possibile perché Gesù sa vedere e sa lasciarsi toccare dalla sofferenza dell’altro. Sa uscire dal proprio mondo confortevole, quello di un momento di successo, dal quale non si lascia stordire.

Saper discernere la sofferenza dell’altro, lasciarsene toccare, è l’unica via che resta sempre aperta e percorribile per non lasciarsi intrappolare da tutto ciò che costantemente cerca di rinchiuderci in noi stessi, nelle nostre visioni, nelle nostre valutazioni e nei nostri pensieri.

Sia il successo di un rabbi, attestato da un folto seguito di ammiratori, sia la sofferenza di una donna per una morte tanto tragica, rischiano di isolare, di rinchiudere nel proprio mondo, fatto di compiacimento o di dolore. C’è una sola porta d’uscita: vedere la sofferenza dell’altro. La compassione viscerale di Gesù, che gli fa vedere l’altrui sofferenza, è ciò che gli permette di rimanere libero: qui, nel momento del successo, libero e dunque capace di riportare in vita “l’unico figlio” di quella donna; più avanti, nel momento del dolore, libero di deporre la propria vita, anche lui “figlio unico del Padre”.

fratel Sabino