Docilità all’azione dello Spirito

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24 settembre 2020

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 11,25-27 (Lezionario di Bose)

25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.


Oggi, per la memoria di Silvano del monte Athos, il brano del vangelo esprime la sua docilità all’azione dello Spirito che gli ha permesso di vivere nella fedeltà al vangelo, al servizio dei propri fratelli e all’ascolto dei numerosi pellegrini che andavano da lui per ricevere una parola sapiente di consolazione. Sapienza che scaturisce da un vissuto e da una apertura al dono dell’altro che permette di ricevere, da chi si incontra, una parola che arricchisce e approfondisce la relazione con il fratello. 

Le parole di Gesù nel testo di oggi rivelano un suo atteggiamento nei confronti del Padre fondamentale sia nella relazione filiale sia in quella fraterna. È una disposizione alla gratitudine, alla percezione che l’altro per me è un dono e che mi può allargare lo sguardo che tante volte si sofferma solo sul piccolo perimetro che ci costruiamo intorno.

La preghiera che Gesù rivolge al Padre è fondamentalmente benedizione. Egli riconosce il bene che Dio gli ha dato, e la stessa predisposizione ad accogliere il regno di Dio di questi “piccoli”, di cui lui parla, è opera di Dio. L’azione del benedire ci rende liberi rispetto a quanto ci dona il Signore. Se non entriamo in questa dinamica ci appropriamo di quanto ci viene dato e prendiamo il posto di Dio.

È in questa logica che Gesù riconosce la possibilità dei “piccoli” di accedere al mistero del regno di Dio. Le parole di Gesù non sono una condanna al sapere, ma sono una messa in guardia rispetto a quanto facciamo di questo sapere. I dotti e i sapienti a cui si riferisce sono coloro che hanno usato quanto hanno appreso come un dato assoluto che non può essere scalfito da un messaggio diverso. Se tale sapienza fuoriesce dalla dimensione di gratitudine e apertura a Dio e al fratello è un sapere che conosce le cose per dominarle, per controllarle e per possederle. Il regno di Dio dunque non può essere rivelato a loro per un criterio di esclusione, ma perché, ponendosi in questa dinamica, sono loro stessi che lo escludono.

I “piccoli” di cui parla Gesù sono coloro che fanno spazio ad un’altra parola, non ritenendo il già noto come l’unica verità da difendere. Sono coloro che non ritengono che quanto sanno è l’ultima parola, ma che ad essa se ne possono aggiungere altre che permettono di aderire e di creare quel regno di Dio che ci porta una nuova immagine di giustizia e di salvezza, basata sulla misericordia e sul perdono. I piccoli di cui Gesù parla sono coloro che riconoscono in se stessi una necessità di salvezza e a partire da questa consapevolezza si lasciano interpellare e si mettono alla sequela di Cristo. La loro semplicità permette di entrare in quel modo di relazionarsi con il fratello e la sorella basato sulla gratitudine. Dunque disponibile ad accettare l’altro e quanto ha da dirci e da proporci come un dono che può aiutare all’edificazione del regno di Dio. 

Questo l’esempio di Silvano del monte Athos che ha posto questa apertura del cuore al fratello al centro del suo modo di vivere.

sorella Beatrice