Solitudine, alterità, amore

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25 settembre 2020

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 9,18-22 (Lezionario di Bose)

18Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». 19Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia; altri uno degli antichi profeti che è risorto». 20Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». 21Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. 22«Il Figlio dell'uomo - disse - deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».


Gesù si ritrova solo. Gesù prega da solo, in disparte, anche se i discepoli erano con lui. Espressioni che sembrano contraddittorie. Ma forse, con tali parole Luca ci vuol dire che in Gesù vi è una solitudine non eliminabile, una solitudine che non è data solo dall’unicità propria di Gesù come propria di ogni uomo, dall’identità personale di ciascuno nella sua diversità, ma è una solitudine che forse per Gesù viene dal fatto che deve portare da solo dei pesi che non può condividere con i suoi discepoli.

Gesù vive dell’intimità con il Padre, e il fatto che Luca presenti spesso Gesù in preghiera ci annuncia la fonte della grande forza d’animo di Gesù, e dunque anche la buona notizia di quella che può essere anche per noi sorgente di vita, di aiuto, di vigore, di luce anche, luce sulle tenebre del nostro cammino talvolta oscuro, luce su quelli che ci possono apparire degli enigmi nella nostra vita, luce che avvolge Gesù nell’episodio che segue questo: quello della sua trasfigurazione, che per Luca avviene anch’esso durante la preghiera di Gesù.

Sì, Gesù prega, e prega da solo, e quando chiede ai discepoli chi la gente dice che lui sia riceve risposte che non colgono la sua identità, risposte che rimangono nel consueto, nel noto, nella ripetizione di un passato che non sa aprirsi a un’eventuale novità che possa sconcertare o far uscire da schemi già conosciuti.

E anche quando chiede ai discepoli chi pensano che lui sia riceve una risposta che coglie solo un aspetto secondario della sua identità: quello di “Cristo”, cioè di Messia, ma che secondo alcune attese del popolo poteva essere anche solo un uomo, mandato da Dio, un salvatore politico, oppure un taumaturgo con potenze straordinarie.

Ma la gente e i discepoli non colgono un aspetto fondamentale della persona di Gesù e della sua missione: quella sua alterità, quella sua diversità profonda che egli riceve costantemente dal suo rapporto con il Padre e che è un’alterità che il mondo non può comprendere, un’alterità che lo porterà a uno scontro, a un impatto e a un’incomprensione che si trasformeranno in un rifiuto radicale, fino a condurlo a una morte violenta, sorte di cui Gesù è pienamente consapevole e verso la quale si incammina con decisione (cf. Lc 9,51).

E di fronte a questo rigetto viene spontanea una domanda: perché? Perché Gesù, pur intuendo ed essendo consapevole di tale rifiuto, continua la sua missione, perché continua a percorrere la sua strada verso la città che uccide i profeti e lapida coloro che le sono inviati (cf. Lc 13,34)?

E qui ci viene in soccorso l’evangelo nella sua interezza: per il suo amore sconfinato, per l’amore che Gesù ha per il terrestre, per l’Adam, per gli uomini tutti e per ogni uomo particolare, per l’amore grande e che può sembrare inspiegabile di Gesù che, quale Figlio di Dio ed eletto di Dio (cf. Lc 9,35), condivide con il Padre, l’amore per l’umanità, della quale si fa servo e liberatore dal giogo del male, della morte, delle malattie, dell’oppressione, del peccato (cf. Lc 4,16-21).

Questa la buona notizia per noi: questo amore che ha dato senso alla vita di Gesù e che può essere fonte di autentica speranza e di senso anche per le nostre povere vite.

sorella Cecilia