Funzionare o esistere?

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3 ottobre 2020

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 10,17-24 (Lezionario di Bose)

In quel tempo,17I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». 18Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». 21In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 22Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». 23E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 24Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».


“Funzionare o esistere?” è il titolo provocatorio di un agile e intenso saggio di Miguel Benasayag, filosofo e psicanalista, originario dell’Argentina, e può forse aiutarci a riconoscere la posta in gioco che il vangelo di oggi ci offre, gettando luce sulla nostra vita e sulla nostra società.

I discepoli di Gesù, di ritorno dalla missione, sono pieni di gioia, entusiasti perché vincenti: i demoni si sottomettono, il male è annientato. Sono diventati abili esecutori di un potere ricevuto, macchine ben funzionanti, operano persino prodigi nel nome di Gesù. Tutto questo non è reato. Il problema semmai è compiacersi di tali risultati, gloriarsi di essere forti, potenti, bravi, performanti e autoincensarsi di megalomania messianica. Gesù è chiaro: non esaltatevi per le grandi opere che le vostre mani possono compiere, riconoscete in esse l’azione salvifica del Signore; rallegratevi perché la vostra esistenza è avvolta dalla sollecitudine del Padre, gioite perché siete amati da Dio, con i vostri nomi scritti nei cieli o nel “libro della vita” secondo la bella espressione della Lettera ai cristiani di Filippi e dell’Apocalisse (cf. Fil 4,3; Ap 3,5). Il primato è dell’esistenza. I nostri corpi sono vasi di argilla, chiamati a custodire un tesoro prezioso che gratuitamente abbiamo ricevuto e gratuitamente possiamo donare.

Non si può “funzionare” senza “esistere”, o meglio, se lo si fa, diventiamo “risorse umane”, ingranaggi di un sistema che esclude inevitabilmente gli esuberi e gli scarti della società, imprenditori vanitosi di noi stessi immersi nella giostra del ciclo produttivo e del consumo, ma che dimenticano il bene comune e scambiano attimi di euforia egocentrica con la felicità che è sempre aperta e condivisa. L’intrattenimento che il funzionare ci consegna, con i suoi protocolli precisi e puntuali, ci ordina la vita, ci gratifica e ci rende euforici sì, ma ci toglie la libertà e ci allontana dal contatto con l’angoscia dell’esistenza. “L’angoscia esistenziale è però proprio ciò che ci fa sentire vivi e ci rivela che la vita deve la sua stabilità esattamente al fatto di essere, a tutti i livelli, un sistema lontano dall’equilibrio!”, ci ricorda Benasayag.

Siamo donne e uomini fragili, dalle mille incrinature. È un illusione dividere il mondo tra vincitori e perdenti, riusciti e falliti. La buona notizia di Gesù è che non c’è fallito che non venga rialzato dalla benevolenza di Dio, non c’è perdente a cui non venga offerta una possibilità di liberazione e riscatto. Anzi, proprio gli esuberi e gli scarti della società, i piccoli, i senza volto e i senza voce, sono i destinatari della rivelazione del Padre. Perché sono proprio quelli che non hanno risorse da ostentare né slogan da sbandierare che possono accogliere senza presunzioni nelle loro fibre il Signore potente in azioni e parole. Non sono le imprese grandiose o i magniloquenti discorsi a dire la verità della nostra esistenza, ma è la nostra esistenza segnata dalla piccolezza e dal nascondimento, dall’accettazione della nostra miseria e dal riconoscimento dei nostri misfatti che tanto spesso accecati dall’orgoglio non vediamo ma anzi giustifichiamo, che lascerà al Signore portare a termine opere ben più grandi.

fratel Giandomenico