La preghiera di chi si riconosce lontano

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7 ottobre 2020

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 11,1-4 (Lezionario di Bose)

In quel tempo,1 Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». 2Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:

Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
3dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
4e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione».


Sono gli stessi discepoli a chiedere al loro maestro di insegnare loro a pregare così come Giovanni aveva fatto con i suoi discepoli e Gesù allora dona loro il Padre nostro. A pregare si impara, non va da sé. È una fatica che richiede un apprendistato e non soltanto un’esperienza di gioia e consolazione.

Nel iii secolo Tertulliano afferma che il Padre nostro è “la sintesi dell’intero evangelo” e Cipriano di Cartagine (iii secolo), ammonisce: “Il maestro della pace e dell’unità ha voluto innanzitutto che noi non pregassimo individualmente e isolati per insegnarci che colui che prega non lo fa esclusivamente per sé. Non diciamo infatti: ‘Padre mio che sei nei cieli’, né: ‘Dammi il mio pane quotidiano’ così come nessuno prega unicamente per sé affinché Dio gli rimetta il suo debito o non lo abbandoni nella tentazione o lo liberi dal male. La nostra preghiera è pubblica e comunitaria, preghiamo per tutti gli uomini perché con tutti formiamo una cosa sola”. 

Un autore contemporaneo, José Tolentino Mendonça, scrive: “Raccomandava un poeta, Fernando Pessoa: ‘Dobbiamo imparare a disimparare’, disimparare i labirinti, i modelli che ci soffocano”. Dobbiamo convertire le immagini distorte di Dio che continuamente ci creiamo. Una canzone di Jacques Prévert dice: “Padre nostro che sei nei cieli, restaci che anche noi ce ne resteremo quaggiù”. Sono parole con le quali si rigetta un’immagine di Dio, un Dio che vuole sacrifici, un padre-padrone, un dio che obbliga e castiga. La vita è già difficile e di un dio così è meglio che ce ne disfiamo. Disimpariamo a pregarlo! Chiediamo anche noi a Gesù: “Insegnaci a pregare!”. 

I discepoli hanno imparato da Gesù a chiamare Dio avinu (papà). Gesù racconta l’amore paterno di Dio. Dio è un padre che conosce i suoi figli ed è attento ai loro bisogni (cf. Mt 6,25-34), che non fa distinzione tra figli buoni e malvagi (cf. Mt 5,45) e che a tutti mostra la sua misericordia (cf. Lc 15,11-32).

Per chiamare Dio padre dobbiamo riconoscerci figli e manifestare questa nostra realtà di figli nelle nostre vite, riscoprire cioè che siamo creati a immagine e somiglianza di Dio. Questa immagine è offuscata a causa del peccato; occorre ritrovarla e portarla a compimento divenendo somiglianti al Figlio, a Gesù Cristo, la vera e perfetta immagine del Padre. “Non dobbiamo perciò credere di aver imparato semplicemente un’invocazione da recitare a certe ore della giornata. La nostra vita intera deve diventare una preghiera ininterrotta che proclama: ‘Padre nostro’”, scrive Origene.

Ma noi sperimentiamo ogni giorno la distanza che ci separa da Dio, diventiamo dissomiglianti, non siamo all’altezza della nostra vocazione umana e cristiana. Come possiamo pregare il Padre nostro? “È rischioso”, dice Gregorio di Nissa (iv secolo), “osare proferire queste parole. Le parole del figlio che si era allontanato dalla casa del padre assomigliano a quelle della nostra preghiera: ‘Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te’” (Lc 15,21). “Insegnandoti a invocare il Padre che è nei cieli il Signore vuol farti pensare alla tua patria per suscitare in te un bruciante desiderio di bene e ricondurti sul cammino del ritorno”. Il Padre nostro è la preghiera di chi riconoscendosi lontano dall’amore del Padre, lontano dall’amore per i fratelli, decide di mettersi in cammino “per ritornare a casa”. 

sorella Lisa