“Ora comincio a essere discepolo”

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17 ottobre 2020

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 12,24-28 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 24 Gesù disse ai suoi discepoli:« In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. 27Adesso l'anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora! 28Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e lo glorificherò ancora!».


Un seme in sé, da solo, non è nulla. Osserviamolo: un niente, una piccola briciola nelle nostre mani. Senza forma, senza consistenza, senza colore: un anonimo oggetto insignificante. E se continuiamo a tenerlo stretto tra le mani, rimane tale. Ma se il nostro sguardo va oltre la superficie ne possiamo vedere tutta la potenzialità di vita che racchiude in sé. Il seme è promessa di futuro, è promessa di vita. Promessa che può trovare realizzazione solo se quel seme viene fecondato, e per questo è necessario un “abbassamento”, un mescolarsi alla terra in cui viene deposto. Lo perdiamo di vista, il seme si deve immergere in quella terra, non deve più essere distinguibile, per poi nascere alla vita, fecondato da quel grembo che l’ha accolto, un grembo nel quale si è perso come seme solitario ed è divenuto parte della terra, mescolato a tutto ciò che abita quella terra.

Gesù non poteva scegliere un’immagine più eloquente e forte rivolgendosi a chi lo stava cercando e voleva vederlo: “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21). Ma per Gesù questo non è il semplice lascito di un’immagine, di una “teoria”, è la consegna di qualcosa di molto più prezioso e “parlante”: la sua stessa vita. Egli è quel seme: seminato tra gli uomini dal Padre, fecondato dalla sua immersione nell’umanità, ha lasciato andare la potenza di vita racchiusa nella sua stessa vita, non l’ha tenuta per sé, l’ha offerta. Gesù è giunto fino a quel “se muore” (v. 24), ha vissuto la sua “ora”, l’ora della croce, in cui ha lasciato andare la sua vita perché portasse molto frutto.

Dalla solitudine iniziale del chicco, all’unità creata con tutta l’umanità: “Attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Gesù ha percorso questa strada di immersione del seme nella terra. Questa è la via che propone a chi “vuole servirlo e seguirlo” (cf. v. 26). Questa è stata sempre la direzione, il senso ultimo del suo essere tra gli uomini e le donne, la sua missione e insieme il frutto che ha portato. Ha lasciato andare la sua vita nel grembo che è la terra: quell’umanità che ha amato, da cui si è lasciato circondare e che spesso nel fecondare può anche ferire.

“Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io là sarà” (v. 26): non c’è altra possibilità se vogliamo essere con lui. Può spaventare, sì, se dimentichiamo la promessa racchiusa in quel seme, se dimentichiamo il frutto di comunione e di unità che è posto alla fine. Seguire Gesù ha quest’unica via: la via di mescolarsi con la terra, con la sofferenza, con l’umanità tutta, anche a rischio di rimanere feriti, ma con la promessa che ha la forza della vita che porta frutto.

L’eco di queste parole la possiamo sentire ancora oggi, a secoli di distanza, guardando alla vita di Ignazio di Antiochia, di cui oggi facciamo memoria, pastore e martire nei primi secoli della comunità cristiana. Egli ha fatto di queste parole di Gesù la sua vita e ha potuto a sua volta scrivere ai cristiani che volevano salvarlo dalla morte: “Vi prego: non abbiate nei miei confronti una benevolenza inopportuna! Lasciatemi essere cibo per le fiere, grazie alle quali io potrò conseguire Dio. Io sono frumento di Dio e sono macinato dai denti delle fiere, per diventare pane puro di Cristo … Allora sarò davvero discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà più neppure il mio corpo! Ora comincio a essere discepolo. Nessuna cosa, visibile o invisibile, mi si opponga per gelosia, perché io consegua Gesù Cristo” (Lettera ai Romani 4,1-2).

Solo lì, in quella morte, Ignazio sente di essere veramente uomo e veramente discepolo.

sorella Elisa