La responsabilità di vivere da risorti

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2 novembre 2020

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 6,37-40 (Lezionario di Bose)

37Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, 38perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 39E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno. 40Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno»


Far memoria dei morti, com’è consuetudine in questo giorno, significa evocare nel contempo il nostro passato – quelli che ci hanno preceduti –, e il nostro avvenire – fin dalla nascita, infatti, la nostra esistenza è segnata dalla sua fine, la morte –. Ma l’evangelo odierno ci invita a portare il nostro sguardo al di là di questo passato e di questo futuro.

Il nostro passato non sta solo nei morti, occorre andare oltre, alla venuta del Figlio di Dio, alla sua discesa dal cielo per compiere la volontà di Dio che lo ha mandato. Allo stesso modo, il nostro futuro non è solo quello inesorabile della nostra morte; al di là di essa vi è l’avvenire di cui parla Gesù, quando dice che volontà di Dio è “che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna” (v. 40); l’ultimo giorno del credente non è quello della sua morte ma quello in cui, come dice Gesù: “Io lo risusciterò” (v. 40). 

Tutta la nostra esistenza, passata, presente e futura, è quindi come avvolta dal Figlio: dalla sua discesa dal cielo e dal suo dono della resurrezione e della vita eterna, cioè della vita nell’intimità di Dio, in cui vivremo pienamente la relazione con Colui che Gesù ci ha insegnato a chiamare “abba”, “papà”, marchio della profonda intimità che un figlio condivide con suo padre.

Vi è di più. Nei versetti 37-39 Gesù annuncia che “tutto ciò che il Padre mi dà … verrà a me”; parla di un neutro (“tutto ciò”) e di un futuro (“verrà”). Per questa realtà neutra la volontà di Dio è che Gesù non ne perda nulla, ma la risusciti nell’ultimo giorno. La resurrezione le è promessa in ragione di un evento futuro e certo: “Verrà a me”. Il versetto 40 invece parla, al maschile e al presente, di “chiunque vede e crede”; anch’essi sono chiamati alla resurrezione, ma in relazione a un presente: vedere il Figlio e credere in lui.

Dio, che cosa ha dato al Figlio? Tutto. Mentre il salmo 8,7 diceva che Dio ha posto tutto sotto i piedi dell’uomo, cosa che non si verifica – basti pensare all’attuale pandemia –, Paolo corregge e precisa che questo tutto è in realtà dato al Cristo: “Bisogna che il Cristo regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi … Dio infatti ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi” (1Cor 15,25.27). È il grande annuncio della signoria del Cristo sull’universo, nella quale tutto trova inizio, vita e compimento; annuncio che, però, resta futuro.

Da parte sua l’ultimo versetto specifica che, all’interno di questo “tutto”, che verrà – quando Dio vorrà – al Cristo e troverà in lui la salvezza, ci sono quelli che già ora vedono il Figlio e credono in lui. Non è una condizione per ottenere la resurrezione, è il dono di Dio che costituisce, nel presente, la specificità dei credenti in Cristo, è dunque la nostra specificità.

Ma questa specificità dev’essere visibile nella nostra vita affinché il “tutto”, chiamato alla resurrezione, possa effettivamente venire al Cristo. Vivere da “risorti” ed essere segno della gioia del nostro Dio, questa è la responsabilità cui ci invita la memoria dei morti.

fratel Daniel