Niente è perduto

Mar Morto - Photo by Yanny Mishchuk on Unsplash
Mar Morto - Photo by Yanny Mishchuk on Unsplash

27 gennaio 2021

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 4,1-20 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù1 cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva. 2Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento: 3«Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un'altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. 8Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno». 9E diceva: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
10Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. 11Ed egli diceva loro: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, 12affinché

guardino, sì, ma non vedano,
ascoltino, sì, ma non comprendano,
perché non si convertano e venga loro perdonato».

13E disse loro: «Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le parabole? 14Il seminatore semina la Parola. 15Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la Parola, ma, quando l'ascoltano, subito viene Satana e porta via la Parola seminata in loro. 16Quelli seminati sul terreno sassoso sono coloro che, quando ascoltano la Parola, subito l'accolgono con gioia, 17ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno. 18Altri sono quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato la Parola, 19ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto. 20Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che ascoltano la Parola, l'accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno».


Di questa parabola siamo convinti di sapere già tutto: ne abbiamo tre versioni nei Vangeli sinottici, ciascuna con la successiva spiegazione per i discepoli, che gli evangelisti attribuiscono a Gesù stesso. Ne abbiamo negli occhi e nel cuore le più svariate raffigurazioni, sacre, profane, antiche e moderne che hanno attraversato secoli di annuncio del Vangelo. Abbiamo bene in mente chiose, commenti e predicazioni che abbiamo ascoltato fin dalla nostra infanzia. Da almeno un secolo, poi, possiamo sapere tutto anche delle pratiche agricole nella Palestina ai tempi di Gesù, della morfologia e produttività di quei terreni più o meno sassosi e impervi. Tutto questo però conta poco se non cerco di cogliere il significato delle parole di Gesù per me, se non applico il testo a me stesso e me stesso al testo.

E applicare me stesso al testo significa anche, per esempio, rendermi conto che nella versione di Marco della parabola non c’è traccia del seme. Quel termine infatti appare solo nella spiegazione per dire che “il seme è la parola di Dio”, ma il racconto di Gesù alla folla – a differenza della spiegazione successiva riservata ai soli discepoli, appunto – parla solo del seminatore, del suo gesto di seminare e dell’esito differenziato che tale gesto produce a seconda del terreno e delle realtà circostanti: una strada e degli uccelli, dei sassi esposti al sole, dei rovi e infine anche un po’ humus fertile. È strano che la spiegazione di Gesù così dettagliata sia rivolta ai discepoli, che avrebbero dovuto avere maggiore dimestichezza con il linguaggio anche figurato del loro Maestro, e non invece alle folle, che avrebbero potuto trarre vantaggio da un approfondimento puntuale di un racconto così vicino alla loro esperienza quotidiana. Gli evangelisti invece operano al contrario: spiegano di più a chi apparentemente ne avrebbe meno bisogno.

Allora, nell’applicare il testo a me stesso, vorrei per una volta mescolarmi alla folla e restare fuori dalla soglia dell’intimità con il Signore: che ne faccio, nella mia vita qui e oggi, dell’esempio agreste proveniente da un mondo così lontano? Evidentemente, se c’è un seminatore e una semina, ci dev’essere per forza anche un seme, ma forse è importante che io rifletta su ciò che anima quel seminatore. Perché esce? Perché semina in quel modo? Perché osserva che ne è della sua semina? Perché tiene conto di tutti i fattori e valuta il risultato quantificandolo solo per la parte seminata nel terreno buono? Forse perché anch’io sappia valutare il comportamento e lo sforzo di quel seminatore, tenendo conto di tutte le situazioni e gli eventi che ne condizionano anche pesantemente il risultato. Forse perché mi renda conto che il seminatore non ha a cuore solo il terreno buono, che è uscito per andare incontro anche alla strada battuta, ai sassi e ai rovi, che la sua semina ha voluto raggiungere anche chi buono non era. In fondo la parte finita sulla strada ha nutrito gli uccelli del cielo, magari a nome del Padre nostro celeste, in fondo anche i roveti sono piante che hanno avuto un ruolo non marginale nella rivelazione del nostro Dio, in fondo anche dalle pietre Dio può far nascere figli ad Abramo…

Siamo così sicuri che parte della semina sia andata perduta?

fratel Guido