Le beatitudini, un atto di speranza

Photo by David Dibert on Unsplash
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23 febbraio 2021

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 5,1-12 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 1Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

3«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
5Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.


“Gesù salì sul monte” (v. 1). Nel luogo simbolo dell’intima comunione con Dio, Gesù tratteggia a larghe pennellate il sogno di Dio sull’umanità e lo consegna ai suoi discepoli come una promessa e un compito, una speranza e una responsabilità che Gesù per primo ha incarnato.

Al cuore del sogno divino dell’uomo e della donna nuovi, sogno che si è fatto storia concreta nel rabbi di Nazaret, risuona un grido stupefacente: “Beati”. La promessa di Dio si colloca nello spazio della gioia, ma quale beatitudine è in gioco? Non si tratta di una felicità di superficie, bensì di una postura di vita, di un modo di concepire e stare al mondo, di un criterio con cui guardare se stessi, gli altri, la storia.

Il Salterio proclama beato l’uomo che teme il Signore (cf. Sal 112,1; 128,1), cioè che nel suo peregrinare tiene in considerazione la presenza e l’azione di Dio. L’affermazione dei salmi e la pagina odierna di Matteo si illuminano a vicenda: l’ebraico ‘ashrè, “beato”, ci insegna che la beatitudine contiene un invito ad andare avanti, a camminare; le parole di Gesù sul monte approfondiscono e spiegano cosa comporti il timore del Signore. Così si comprende che ad avanzare davvero su vie non mortifere, sperimentando la gioia autentica, il senso pieno dell’esistenza, sono coloro che camminano controvento: non in cerca di potere e ricchezza, né per mezzo della violenza e della sopraffazione, ma abitando quella mancanza costitutiva dell’umano in cui il Signore si fa compagno di strada. Le beatitudini elencate da Gesù hanno un punto in comune: la coscienza di non possedere nulla, di un dono gratuitamente ricevuto che ci rende strutturalmente solidali, di una insufficienza in cui l’Altro ci resta fedelmente accanto.

Gesù ha vissuto le beatitudini perché esse sono il modo di stare al mondo di Dio e lì, in quello spazio di mitezza, misericordia e pianto per la giustizia, si vive la piena comunione con lui. Gesù non promette che le pene e le fatiche saranno tolte, né che il sopruso e la contraddizione saranno cancellati da questa terra, ma garantisce che in quelle realtà l’uomo non è solo, cammina con Dio e in Dio. Gesù non promette la piena realizzazione del Regno qui e ora, ma mostra come appartenervi in questo presente di gestazione. Si tratta di avere il suo stesso sentire, ma sarebbe sbagliato ridurre le beatitudini al piano dell’interiorità. Gesù incoraggia i poveri, i miti, gli assetati di giustizia, i cercatori di pace, a non venire meno nella loro lotta, a non arrendersi di fronte alle sfide quotidiane, a non cedere alle logiche mondane, perché solo loro possono rendere migliore il mondo. In fondo, potremmo dire che Gesù ci svela che chi genera amore, chi si preoccupa della felicità altrui, sarà colmato di amore e gioia dal Padre. Scrive con sapienza p. Ermes Ronchi: “Le beatitudini sono il più grande atto di speranza del cristiano. Il mondo non è e non sarà, né oggi né domani, sotto la legge del più ricco e del più forte. Il mondo appartiene a chi lo rende migliore”.

sorella Chiara