La parresia di figli amati

Photo by Marcos Paulo Prado on Unsplash
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21 aprile 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 5,31-47 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù riprese a parlare e disse ai suoi discepoli: «31Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. 32C'è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera. 33Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. 34Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. 35Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce.
36Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. 37E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, 38e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. 39Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. 40Ma voi non volete venire a me per avere vita.
41Io non ricevo gloria dagli uomini. 42Ma vi conosco: non avete in voi l'amore di Dio. 43Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. 44E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall'unico Dio? 
45Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. 46Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. 47Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?»


Questo brano, come ogni altro brano del vangelo, parla di noi. Gesù è di fronte ai capi giudei, suoi accusatori, che fra poco diventeranno anche i suoi giudici e che comunque, dentro di loro e fra loro, hanno già sentenziato la sua morte (cf. Gv 5,18). In un primo momento sembra difendersi mostrando quali sono le testimonianze in suo favore: la parola di Giovanni Battista, le opere da lui compiute a nome del Padre, la parola stessa del Padre, le Scritture. Poi, verso la fine del brano, sembra capovolgere i ruoli e passare al contrattacco, accusando i suoi accusatori e pronunciando un giudizio severo: “Io vi conosco e so che non avete in voi l’amore di Dio!”.

In realtà Gesù non sta né difendendo se stesso né attaccando altri. Sta solo proclamando con limpida parresia la verità del suo essere Figlio, la verità del Padre che lo ama e che in lui ama ogni essere umano. Gesù non parla a nome suo né a propria gloria. Non ha nulla da perdere né da difendere, neppure la propria vita. Ciò che dice, lo dice solo per noi, con l’autorevolezza del Figlio inviato nel mondo, a ciascuno di noi in modo personale, per svelare l’amore del Padre.

Nel processo che il brano ci descrive possiamo comportarci come i capi dei giudei e illuderci che Gesù sia solo il grande importuno che non ha nulla da dirci né da portarci in dono. La mentalità mondana che ci abita e che si fonda sui rapporti di potere ci fa guardare a lui (e a chiunque accolga e viva nella povertà della propria carne la sua stessa verità) con l’altezzosità cinica e sprezzante di chi sa già come andranno a finire le cose. Come sempre la forza fondata sulla violenza prevarrà e la pretesa di inaugurare tra gli uomini rapporti diversi fondati sulla verità dell’amore fallirà, apparendo per ciò che è agli occhi del mondo: follia inconsistente. Siamo liberi di continuare a pensare e a comportarci così, ma Gesù ci avverte che i reali perdenti saremo noi. Potremo apparire uomini vincenti, agli occhi degli altri e di noi stessi, ma in realtà non riusciremo a ingannare fino in fondo la verità che ci costituisce. Il bisogno di amore dentro di noi, anestetizzato e adulterato, forse tacerà, ma con esso sarà messa a tacere anche la nostra vera vita.

Insieme alle testimonianze che Gesù porta a suo favore, oggi noi abbiamo anche la testimonianza della sua resurrezione, quella che il Padre ha realizzato per lui, per sigillare e dire un “sì” definitivo alla sua vita di Figlio amato inviato nel mondo. Ma come le altre testimonianze anche questa non ha il potere di forzarci a credere dall’esterno. La resurrezione di Gesù non è un fatto reale se non per chi si è già posto in un atteggiamento di fede e di amore. Non per nulla Gesù risorto ha voluto manifestarsi quasi soltanto ai suoi “amici”, a coloro che, già nella sua vita terrena, avevano aderito a lui.

Nessuna testimonianza dunque è pienamente efficace per convincerci della verità di Gesù al di fuori dello spazio della fede. E credere significa deporre le armi, deporre le nostre pretese di potere e di gloria e quindi deporre le nostre false maschere, per accettare la nostra verità di figli amati, che può venirci solo da Gesù, solo se accettiamo la sua logica che è radicalmente diversa da quella mondana e dalla nostra. Noi vogliamo sempre essere riconosciuti, apparire qualcuno, essere sicuri del nostro valore, del nostro “peso” agli occhi di altri, ma questa sicurezza non la raggiungeremo mai, finché ci illuderemo di riporla negli uomini e non in Dio. Nel tentativo di piacere a qualcuno, saremo sempre obbligati a rivestire nuove maschere che copriranno la nostra vera identità. 

La gloria che Gesù cerca, quella che viene da Dio solo, è la gloria del Figlio che tutto riceve dal Padre e tutto rimette nelle sue mani, fino a deporre la vita per amore, per poi riceverla di nuovo (cf. Gv 10,18). Finché non ci convinceremo che questa non è solo l’intima verità della sua vita e di tutta la storia di salvezza narrata nelle Scritture “che parlano di lui”, ma anche della nostra vita umana, rimarremo nell’ignoranza, non solo su Dio e su Gesù, ma su noi stessi. La verità che Gesù è, quella che egli ci porta in dono da parte di Dio, è dunque la nostra verità di figli amati, e solo nell’amore potremo essere, a nostra volta, suoi autentici testimoni (cf. Gv 21,24).

un monaco di Bose