Doni ricevuti per essere donati

Photo by José Guimarães on Unsplash
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26 aprile 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 6,48-58 (Lezionario di Bose)

In quei giorni Gesù disse ai suoi discepoli: «48Io sono il pane della vita. 49I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».


Sta scritto: «Ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi» (Dt 8,3). La manna: una parola che racchiude un interrogativo: «Man hu: che cos’è?» (Es 16,15), poiché il Pastore di Israele aveva offerto al suo popolo un pane che era anche – al tempo stesso – una domanda. Un dono che reca in sé un mistero, e che diviene la prefigurazione del dono di Cristo, di quel dono che è il Cristo stesso, donato nella sua carne che è vero cibo e nel suo sangue che è vera bevanda, in cui noi abbiamo accesso alla vita eterna, alla vita risorta (cf. Gv 6,54-55.58).

«Io sono il pane» (v. 51), dice Gesù: siamo qui in presenza dell’ennesima auto-definizione che il quarto Vangelo pone sulle labbra di Gesù. Il Nome di Dio – l’Io sono – si declina nella fragranza ordinaria e quotidiana del pane, per narrare la con-discendenza e la prossimità della misericordia di Dio, di un Dio che si fa pane.

Quel pane che si affaccia dal cielo è anche il pane che germoglia dalla terra (cf. Sal 85,12), nella carne mortale dell’uomo Gesù Cristo, che ci ha lasciato il memoriale della sua vita e della sua pasqua di morte e resurrezione nel segno vivente del pane e del vino; quel pane e quel vino che stanno sui nostri altari, quale «frutto della terra e del lavoro dell’uomo» (Messale Romano, Riti di offertorio).

Gesù ci dona il suo corpo da mangiare perché noi lo assimiliamo completamente: quel cibo diventa parte del nostro stesso corpo e, misteriosamente, ci assimila a sé, ci rende con-corporei con il Corpo di Cristo. In tal modo, il pane degli angeli si fa cibo per gli uomini in cammino, allorché il Cristo si consegna, «si arrende» – per così dire – «“nella” forma del pane e del vino», in quel corpo donato senza riserve, perché gli uomini se ne nutrano e vivano (R. Williams).

Ma in questo meraviglioso scambio, urtiamo anche contro la plasticità carnale del linguaggio di Gesù che ci scuote, nella sua concretezza… «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (Gv 6,52). Gesù parla così della sua umanità totale, fatta di carne e sangue, di quella carne fragile e vulnerabile, che sarà data in pasto alla violenza degli uomini. Gesù conosce il calore e il colore del sangue, che sta per essere versato sulla croce.

«Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (v. 51), dice ancora Gesù. Ecco la meta del dono di Cristo: la vita, la nostra vita. Questa trasfusione di vita in vita, che già qui e ora dischiude per noi la porta della vita eterna (cf. v. 54), ci fa conoscere la verità di quel corpo di carne che è il nostro; ci fa conoscere  l’altezza e la profondità di questo pane vivo disceso dal cielo che è la carne di Cristo incontrata nei segni sacramentali e nel sacramento del fratello, sul volto ferito dei sofferenti e nel gemito dei poveri; e ci fa conoscere l’estensione e l’ampiezza di quel corpo di corpi che è la Chiesa.

L’eucaristia ci ricorda che «i corpi sono doni, e i doni vanno ricevuti per essere donati di nuovo. […] i nostri corpi ci sono donati affinché impariamo a darli a un altro con rispetto, fedeltà, vulnerabilità e senza riserve». Così «trasmettiamo il dono che noi stessi siamo» (T. Radcliffe).

fratel Emanuele