Parole dure, di vita eterna

Photo by mohammad alizade on Unsplash
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27 aprile 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 6,59-71 (Lezionario di Bose)

In quei giorni 60molti dei discepoli, dopo aver ascoltato Gesù nella sinagoga a Cafàrnao, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». 61Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? 62E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? 63È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. 64Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. 65E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
66Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. 67Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». 68Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna 69e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». 70Gesù riprese: «Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!». 71Parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: costui infatti stava per tradirlo, ed era uno dei Dodici.


Gesù è nella sinagoga di Cafarnao, sta finendo il discorso sul pane di vita.
Parole “dure”, altre da quelle che attendevano i discepoli e attendiamo noi.
Parole che non uccidono ma fanno rinascere, chiedono di essere partecipi della vita e non passivi spettatori.
Parole “dure” ma portatrici di “spirito e vita” (v. 63), provenienti dallo Spirito stesso; Gesù ne è il tramite, ha fatto loro obbedienza fino alla morte: ognuno di noi, nella libertà, può accoglierle o meno.

Parole che raccontano il pane, cibo per eccellenza, atteso dai poveri anche solo in briciole sotto ai tavoli dei ricchi.
Pane che diviene corpo: luogo dell’esistenza e spazio della comunione, strumento di sequela o scusa per il rifiuto.
“Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo ... ma tra voi vi sono alcuni che non credono”.
Credere che quel pane è il corpo di Gesù: vita per me, per noi, per tutta l’umanità è possibile solo nello spazio della fede.

“Volete andarvene anche voi?” (v. 67). La domanda di Gesù coglie di sorpresa: andare verso quale meta?
Non stiamo anche noi smarrendo la via in preda alla paura?
Non c’è spazio per essere tiepidi, pena l’essere vomitati come ci ricorda il libro dell’Apocalisse.
Per seguire Gesù è necessario mangiare il suo corpo, credere che attraverso quel corpo vengono la vita e la salvezza.
Oggi dov’è quel corpo che ci scandalizza?
Credo sia in mare, con una vecchia camera d’aria come salvagente ai fianchi, è là che grida attraverso un silenzio profondo con immagini rapite alla morte, squarcia le coscienze di tutti noi che crediamo di essere alla sequela di Gesù comodi nelle nostre case, comunità, parrocchie; qui, lui non abita più, abbiamo perso le tracce del suo corpo, non lo possediamo più rinchiuso nei tabernacoli, è uscito e andato libero in mare aperto senza che ce ne accorgessimo.

Ventimila vite solo negli ultimi anni; indifferenza: un virus più pernicioso del Covid contro cui è difficilissimo trovare un vaccino. Ventimila corpi, ventimila vite rapite dall’indifferenza e immolate per il benessere di pochi.

Gesù ci chiede se anche noi vogliamo andarcene, voltarci dall’altra parte, scandalizzati dal dono del suo corpo fonte di vita per l’umanità intera che ora urla dalla croce in mezzo al mare.
Forse non crediamo più e vogliamo chiudere gli occhi, tappare le orecchie, fuggire lontano ritornando ai nostri discorsi sterili sempre e solo su noi stessi, per difendere i nostri interessi: personali, familiari, comunitari, ecclesiali o di paese.

“Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (v. 68), chiede Pietro a Gesù.
Dove se non in Gesù? In lui ritroveremo umanità, dignità, coraggio di accarezzare e guardare negli occhi i nostri figli quando non siamo capaci di desiderare per loro un futuro che riconosca ogni essere umano restituendogli dignità.

“Io, il Signore, il primo, io sto con gli ultimi” (Is 41,4).
All’ultimo posto: scomodo, sconosciuto ai social, in mezzo al mare alla deriva è ora il corpo di Gesù il “Santo di Dio”.
Da quel posto ha scelto e chiamato: “Non sono forse io che ho scelto voi, i dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!” (v. 70).
Non siamo garantiti in nulla, seppure scelti, se non riconosciamo nel Crocifisso appeso alla croce tutti i corpi delle vittime della storia. Solo così contemplandolo, forse, ritorneremo a credere e sapremo accogliere Gesù risorto la mattina di Pasqua.

fratel Michele