Voglio avere di più

Photo by Pawel Czerwinski on Unsplash
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25 maggio 2021

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 12,16-21 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse alla folla questa parabola «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. 17Egli ragionava tra sé: «Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? 18Farò così - disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!». 20Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». 21Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».


Rileggiamo la parabola a partire dal versetto che la precede: “Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia (pleonexía) perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede” (Lc 12,15). Gesù mette in guardia da ogni attaccamento cui è particolarmente esposto chi si trova ad “avere di più” (pléon échein) del giusto. Non è in questione l’agire previdente con cui ci diamo pensiero del necessario, per responsabilità di noi stessi e cura verso le persone affidateci, quanto piuttosto il modo in cui il “di più” ci condiziona, per come lo cerchiamo e pensiamo di disporne.

Che senso ha correre per avere sempre di più e attaccarvisi? La pandemia, tra le altre cose, ci ha mostrato la nostra precarietà, ci ha ricordato l’imprevedibilità della morte e l’indisponibilità del domani.

Quando ci troviamo in una situazione di prosperità e di abbondanza, l’oggi deborda sul domani e sembra offrire certezze. Poi si entra in crisi e ci si trova a dire che il futuro si è fatto più incerto. In realtà, quanto si è rivelato in ciò che è accaduto non ci ha reso più incerti, bensì più accorti, meno stolti (cf. v. 20): ora abbiamo una percezione più netta e dunque meno distorta, più accurata, della precarietà del nostro oggi e dunque della sua grazia e unicità; poiché ci è davvero impossibile disporre del domani, non siamo Dio.

Avere di più induce a pensare di poter disporre di più di ciò che ci è dato oggi, affinché ne godiamo insieme agli altri. In merito la povertà evangelica, vissuta in semplicità e condivisione, ha tanto di buono da insegnarci. Può far ritrovare consistenza nell’essenziale a noi, svuotati da ciò con cui ci riempiamo. È libertà dall’accumulo e dall’illusione di poterci salvare risparmiando (cf. Sir 11,18-19; Sal 49,8; Lc 17,33). Permette di ascoltare veramente se stessi, le domande e i bisogni più radicali, non solo quelli che prendono per primi la parola in noi, monopolizzando le nostre valutazioni interiori.

In effetti, se il monologo dei vv. 17-19 colpisce per il fatto che lascia fuori gli altri e Dio – in quei ragionamenti sembra esserci spazio solo per l’io –, c’è forse un’altra cosa che dovrebbe interrogarci. L’uomo ricco che si rivolge a se stesso con quale parte di sé entra in dialogo? Ha preso davvero contatto con tutto se stesso? Riesce ad ascoltare la sete di vita più profonda che si porta dentro, preso com’è dai programmi con cui pensa di assicurarsi quell’abbondanza riponendola in magazzini sempre più grandi? Il “di più” accumulato rischia di ipnotizzarlo, proiettandolo sul domani e facendogli mancare il “di più” a cui è chiamato nell’oggi.

Gesù è venuto a portare un “di più”, vita in abbondanza (cf. Gv 10,10), non dobbiamo rinunciarvi! Forse c’è da riformulare le domande da cui ripartire. Quale “di più” mi è donato ed è da salvare oggi per il domani? Per quale “di più” vale la pena spendermi e investire?

Il vangelo, senza imporre ricette universali, ispira a chi lo frequenta risposte personalizzate. Qui, al v. 21, raccogliamo un indizio nascosto in una preposizione che indica una tensione: tendere ad arricchire “presso (eis) Dio”, letteralmente “verso Dio”, come attratti da lui a donare ciò che si è, per ricevere più di ciò che si ha.

fratel Fabio