A scuola da un albero

Photo by Solen Feyissa on Unsplash
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26 maggio 2021

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 13,6-9 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse alla folla questa parabola «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7Allora disse al vignaiolo: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?». 8Ma quello gli rispose: «Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. 9Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai».


Gesù, amante e lettore attento della natura, diceva allora e dice adesso a noi questa parabola, paragonandoci a un albero di fichi. 

Il suo tronco con i suoi rami equivale al nostro corpo, il suo portare o meno frutti corrisponde al nostro essere ricchi di fecondità o sterili, le sue radici nascoste, sotto terra, rimandano alla nostra radice invisibile, biblicamente il cuore, dove affondano i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri voleri, i nostri desideri.

Dove? Questione decisiva: fecondità e sterilità raccontano esteriormente, con il corpo, la qualità della vita interiore, il cuore; narrano da chi e da che cosa esso è abitato e determinato. Così una vita a tendenza evangelica narra che la radice umana, il cuore sede del pensare, del sentire, del volere e del desiderare, è innestato nel vangelo producendo frutti secondo il vangelo o secondo lo Spirito. Oppure no.

Gesù ci conduce nell’aula scolastica che è il creato, una vigna evocazione di Israele, della chiesa e dell’umanità, e attraverso il magistero di un albero nella vigna ci dischiude alla lettura di noi stessi e al discernimento della qualità del nostro esserci. Gesù ci ricorda che siamo alberi piantati dal Padre, inviati a non privare la terra del frutto per il quale ciascuno è mandato, compito soggetto a essere disatteso: “Venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò” (v. 6), il frutto di una vita buona. Un fallimento che è un tradimento della propria costitutiva verità: è dell’albero il dare ombra, rifugio e frutti; una sterilità che perdura nel tempo, “tre anni”, e che induce il “tale” di nome Padre di Gesù a dire al vignaiolo di nome Gesù: “Taglialo! Perché deve sfruttare il terreno?” (v. 7), gli altri. A ciò il vignaiolo risponde: “Lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime” (v. 8). 

Qui si apre un capitolo interessante, il rapporto giustizia-misericordia, la giustizia del Padre (“taglialo”), coniugata alla misericordia del Figlio (“lascialo”), aspetti non contrapposti ma che insieme indicano l’agire secondo verità; in termini paolini giusto è fare la verità nella carità (cf. Ef 4,15). Giusto è dichiarare nella menzogna una vita al di fuori dell’orizzonte del dono, donata per donare generando vita, un esserci da parassiti rinsecchiti che sopravvivono sfruttando

Questo è radicalmente straniero al pensare di Dio e nel suo mondo non trova cittadinanza questo modo di essere, Padre e Figlio condividono questo giudizio sul così stanno le cose, aspetto sottolineato dal Padre, e solo su questo fondamento che sa distinguere giusto e ingiusto ha senso l’accentuazione del Figlio condivisa dal Padre, il “no” totale al male, e il non portare frutto lo è, diventa sì totale a chi opera il male, diventa grazia, misericordia, al peccatore, all’ingiusto. 

Meriteresti di essere tagliato ma mi do e ti do un anno di tempo, a voler dire quanto dura la tua vita, per tutta la tua vita, prendendomi cura di te picconando il tuo cuore di pietra, ferite convertite in feritoie da cui far entrare il concime buono della Parola e dello Spirito perché la tua radice, il cuore, divenga luogo da cui sale il frutto buono dell’adorazione, il bacio al cielo, la fraternità-sororità, il bacio all’altro, la custodia, il bacio al creato

Questo il sogno di Dio sull’albero secco. Il mio giudizio severo è sposato alla mia misericordia: “Non voglio la morte del peccatore ma che si converta e viva” (cf. Ez 18,23-32; 33,11); il lavoro sull’interiorità dell’uomo da parte del Padre per il Figlio nello Spirito, l’atto di fiducia, di speranza e di amore del medico verso i malati (Lc 5,31-32). Anno dopo anno, giorno dopo giorno, perché questo è il tempo della salvezza e non della condanna (Gv 3,19; 12,47). “Se no, lo taglierai”. Non siamo di fronte a una minaccia ma a una constatazione. L’uomo può amare la tenebra più della luce (Gv 3,17-19), l’operare morte più che produrre vita dedito al bene dell’altro, ora e per sempre. Si tratta di prenderne atto attenti a se stessi, senza dimenticare che le risorse dell’amore di Dio, che vuole che tutti siano salvi (cf. 1Tm 2,4), vanno oltre ogni immaginazione: “Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe noi siamo stati guariti … Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti” (Is 53,5-6; 1Pt 2,24).

fratel Giancarlo