Avere un nome davanti a Dio e agli uomini

Photo by Pawel Czerwinski on Unsplash
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2 giugno 2021

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 16,19-31 (Lezionario di Bose)

In quei giorni Gesù diceva ai discepoli: «19C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». 25Ma Abramo rispose: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». 27E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento». 29Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». 30E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». 31Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»».


La parabola cosiddetta del “ricco epulone”, che Gesù rivolge ai farisei, mette in scena due personaggi ben caratterizzati. Limitiamoci oggi a cogliere il senso racchiuso nella presentazione che ci viene fatta rispettivamente dell’uno e dell’altro. Del primo, un ricco, si dice che indossava vesti preziose e che “ogni giorno si dava a lauti banchetti” (v. 19; lett.: “ogni giorno era in festa”). Non si dice che i beni di cui dispone siano stati guadagnati in modo disonesto, con usura o sfruttamento, e neppure che egli conduca una vita particolarmente dissoluta. Semplicemente si serve dei beni che ha per godersi la vita, senza pensare a nessun’altro oltre a sé. Nulla si dice di eventuali compagni di bagordi di questo ricco: la loro eventuale presenza è del tutto trascurabile. Egli è fondamentalmente solo. È inoltre significativo che si dica che egli fa festa “ogni giorno”. Questa quotidianità annulla di fatto ogni quotidianità: con il suo stile di vita egli sfugge all’alternanza tra giorni feriali e giorni festivi. Per lui è sempre festa. Il tempo diventa un fluire indistinto sempre disponibile, senza direzione né limite; non è più uno spazio umano, quello in cui l’essere umano riesce a fare qualcosa della sua vita. Come diceva Isacco il Siro, solo “colui che discerne davvero che questa vita ha un termine, è anche capace di porre un termine ai suoi peccati” (Prima collezione 35).

Il secondo personaggio, di nome Lazzaro, è un povero, o meglio un mendicante, un “pitocco” (ptochós), uno di quei poveri che, incurvati da una storia di sofferenze e umiliazioni, possono sperare solo nel Signore. Di lui si dice letteralmente, con un verbo crudamente realistico, che “era gettato davanti al portone del ricco” (v. 20), quasi a rappresentare la sua emarginazione sociale e il suo essere un rifiuto da gettare. Ricordiamo le parole del Sal 31, che sembrano dar voce proprio a questo povero: “Sono lo scherno dei miei avversari e persino dei miei vicini, faccio orrore ai miei conoscenti, chi mi vede per strada mi sfugge; come un morto dimenticato dai cuori, come un coccio da gettare” (vv. 12-13). A completare il quadro, si dice che era “coperto di piaghe” (invece che di vesti) – dunque era probabilmente un lebbroso, e quindi anche in una situazione di impurità – e che desiderava sfamarsi degli scarti che cadevano dalla mensa del ricco, ma probabilmente neppure questo suo desiderio riusciva mai a concretizzarsi. Si tratta dunque di un uomo che vive nella vergogna e nel disprezzo di tutti. È “uno di fronte al quale ci si copre la faccia”, come è detto del servo del Signore in Is 53,3. Anche i cani sembrano contribuire ad aggravare la sua sofferenza venendo a leccare le sue piaghe; e si ricordi che il cane nella Bibbia, più che come amico dell’uomo, è più spesso rappresentato come animale impuro e violento e talora addirittura associato all’animale immondo per eccellenza, il maiale. 

Ora, nonostante tutta l’immondezza che caratterizza la vita di questo povero, a differenza del ricco, egli ha un nome, Lazzaro, che significa: “Dio aiuta”. Quest’unico elemento dice tutto, ed è la premessa di tutto ciò che segue. Nella società degli uomini i poveri restano senza nome, mentre sono i ricchi e i potenti ad “avere un nome”. Nel vangelo succede giusto il contrario: proprio il più povero ha un nome! Paradossalmente un ricco può avere tutto il resto, ma non un nome, cioè un’identità precisa, davanti a Dio. E per noi? Chiediamocelo: chi ha un nome per noi? Chi ha valore? Qual è il criterio con cui giudichiamo le persone, e la qualità della loro e della nostra vita?

Un monaco di Bose