Libertà d’amore

Photo by Pawel Czerwinski on Unsplash
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3 giugno 2021

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 17,7-10 (Lezionario di Bose)

In quei giorni Gesù diceva ai discepoli: «7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: «Vieni subito e mettiti a tavola»? 8Non gli dirà piuttosto: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu»? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»».


Questa parabola di Gesù ci urta, ci provoca fastidio, non riusciamo a capirla bene: quasi quasi vorremmo che non significasse ciò che sembra a una prima lettura. Perché mai dovremmo ritenerci inutili, proprio noi che ci spendiamo così tanto?

Se davvero ci irrita e non ci fa stare “comodi”, non scansiamo il fastidio che ci dà: solo così potrà essere un vangelo che ci pungola e spinge a conversione. “Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore…” (Lc 1,51): in fondo noi siamo superbi, intimamente convinti di essere bravi, se non addirittura migliori (anche se non oseremmo affermarlo apertamente)…

Diciamo di essere cristiani, discepoli di Gesù: ci attendiamo alla fine una qualche ricompensa? Ci impegniamo anche per la comunità e a volte dedichiamo “gratuitamente” del tempo per gli altri: ci aspettiamo qualcosa in cambio? Quantomeno il riconoscimento di essere stati bravi?

La domanda: “A che serve ciò che faccio, a che cosa servo io?” è mal posta, è sbagliata. La parabola ci descrive proprio il contrario della logica dell’utile, dell’utilità. Su quale logica impostiamo la nostra vita? Per che cosa facciamo ciò che dobbiamo fare? Per un forte senso del dovere (che interpretiamo però come grande responsabilità), per volontarismo? Cioè: vivo da figlio che ha sperimentato di essere amato e accolto in pieno, e che per questo impara ad amare e a servire?

Nemmeno noi siamo più grandi del nostro Signore, il quale sta in mezzo a noi come colui che serve (cf. Lc 22,27): e lo fa per amore, non per ricevere una ricompensa da noi (lui è libero da queste attese). Questa è la cosa più normale… ma solo nella logica dell’amore!

Quei servi che sanno di non fare nulla di speciale sono l’opposto del fariseo al tempio, descritto poco dopo (cf. Lc 18,9 ss.): noi siamo importanti non per ciò che facciamo, ma per chi siamo agli occhi del Padre; il suo è veramente amore gratuito, che ci ama indipendentemente dalle nostre opere (cf. Rm 4,6)!

È interessante poi notare come le parole della parabola abbiano di mira la dimensione ecclesiale (preannunciata dal v. 5, che parla degli “apostoli”); il vocabolario usato si riferisce, infatti, al servizio nella comunità: il servo è il ministro della chiesa, pascere è la funzione propria dei pastori della chiesa, mangiare e bere ricordano l’eucaristia. Ma soprattutto, il v. 10 è al plurale: siamo noi capaci di vederci servi in mezzo ad altri servi, nostri compagni nella sequela, che insieme si riconoscono amati gratuitamente e che quindi insieme riescono a servire, a collaborare per l’edificazione della comunità?

Sapere di non essere indispensabili per ciò che facciamo, di non essere fondamentali, ci apre a quella sapienza di vita che ci insegna a lasciare il posto, a lasciare spazio e ad accogliere gli altri, a quella libertà di andare dove ci è richiesto, come stranieri e pellegrini, vigilanti e tesi verso il Regno. Con sguardo di fede allora potremmo intravedere nella speranza già ora quel ribaltamento inaudito dell’era messianica, in cui il Signore ci accoglierà, ci farà sedere a tavola e ci servirà (cf. Lc 12,37).

un fratello di Bose