Una duplice promessa

Photo by Steve Johnson on Unsplash
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12 giugno 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 14,12-14    (Lezionario di Bose)

In quei giorni Gesù disse ai suoi discepoli : «12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. 13E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.


Oggi riceviamo dal Signore l’annuncio di una duplice promessa: la promessa di riuscire a fare le opere stesse del Signore, anzi “di più grandi”, e quella di vedere esaudite le nostre richieste rivolte nel “suo nome”; la condizione del loro realizzarsi è la relazione di fede che ci unisce come discepoli al Figlio e tramite lui al Padre. 

I pochi versetti sono unificati intorno al verbo “fare”, reso nella traduzione italiana anche con l’espressione “compiere”. Come l’agire del Padre passava in quello del Figlio, così l’agire del Figlio passa nel “fare” dei discepoli: siamo noi oggi lo strumento attraverso cui l’annuncio della buona notizia del vangelo può raggiungere i nostri fratelli e le nostre sorelle in umanità, così che l’azione del Risorto possa continuare nello scorrere della storia e nello spazio delle relazioni che intessiamo. 

Il Signore ci affida un compito grande, ma a scanso di equivoci, proprio perché non arriviamo a sentirci protagonisti indispensabili, Gesù colloca il nostro “fare” nel suo agire, che rimanda a sua volta all’azione del Padre nelle nostre vite: “Chi ha iniziato l’opera buona in voi la porterà fino al compimento” (Fil 1,6). La riuscita della nostra missione non dipende da noi, ma da colui il cui nome è stato invocato su di noi. È dunque un fare che riposa nell’agire del Padre, che noi possiamo riconoscere con gli occhi della fede alimentando costantemente il nostro legame con lui.

Gesù pone così in relazione l’agire al pregare, a un “non fare”, tale almeno in apparenza. Nel contesto dei discorsi di addio, egli invita più volte i discepoli a domandare nel suo nome, certi dell’esaudimento delle loro preghiere: “Chiedete e otterrete perché la vostra gioia sia piena” (Gv 16,24), eco di un altro insegnamento riportato dai vangeli sinottici: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto … Se dunque voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono” (Lc 11,9-12). 

C’è un chiedere in vista della gioia, che è quella consolazione che possiamo sperimentare al fondo del nostro cuore anche nei passaggi più faticosi e che deriva dalla coscienza di saperci amati e voluti dal Signore. Scavando nella nostra memoria riconosciamo di aver ascoltato un giorno la voce del Pastore che ci ha chiamato per nome, la sua dichiarazione di amore che non verrà mai meno.

Nel nome del Signore possiamo rivolgerci a Dio Padre come figli che si sanno amati e accolti. Egli non risolve i nostri problemi specifici, ma ci assicura ciò che è buono per noi, il dono dello Spirito, che ci guida e ci apre vie di comprensione nelle situazioni di oscurità. “Noi non sappiamo se quello che chiediamo sia buono, se la direzione che vorremmo prendere sia giusta. La nostra preghiera di domanda con i propri bisogni, necessità e desideri bussa alla porta: ma in fondo perché l’amore di Dio sgorghi dalla propria libera fonte e di lì operi e crei. ‘Non la mia, ma la tua volontà sia fatta’ significa in sostanza: ‘Il tuo amore regni’” (R. Guardini).

fratel Salvatore