Nella casa delle sorelle

Photo by Pawel Czerwinski on Unsplash
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17 giugno 2021

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 10,38-42 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 38mentre Gesù e i discepoli erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. 39Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. 40Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, 42ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».


Sin dall’epoca patristica questo episodio di Luca è stato letto secondo una tipizzazione morale. Delle due sorelle che accolgono Gesù, l’una sceglie di dedicarsi totalmente all’ascolto della sua parola, l’altra ai necessari servizi. Maria è diventata così il tipo della vita contemplativa, Marta della vita attiva. La prima rappresenterebbe la parte migliore, l’unico necessario. Il servizio di Marta, anche se buono in sé, mancherebbe della perfezione cui attinge il secondo stile di vita.

Ma una simile lettura sottrae al nostro sguardo la parte più rivoluzionaria di questo brano evangelico. 

Gesù sapeva incontrare le persone, e in particolare le donne, spezzando schemi religiosi e culturali consolidati. I vangeli non ci dicono nulla delle emozioni e dei processi psicologici di coloro che incontrarono Gesù per le strade di Galilea: ma l’ospitalità nella casa di Marta e Maria implica un rapporto di amicizia e consuetudine che hanno resistito alla prova del tempo, come conferma anche il quarto vangelo, con la narrazione della resurrezione di Lazzaro.

L’attaccamento a Gesù di tanti uomini e donne testimonia di un affetto profondo, un vero e proprio innamoramento, un’amicizia fedele che si manifestava in molti modi, senza che intervenisse anche la componente carnale. Spesso questa esperienza diventava anche un cammino di sequela; tuttavia sono numerose le donne di cui i vangeli ci consegnano solo un gesto di tenerezza verso Gesù, o una parola, o un sorprendente dialogo. Queste donne avevano intuito che Gesù era un uomo diverso dagli altri, che in lui era racchiusa una verità che interpellava la loro vita più profonda. Solo quando c’è davvero un amore in profondità, un amore che va verso la verità che è Gesù Cristo, non c’è spazio per la seduzione o il dominio sull’altro, perché questo amore è esso stesso la purificazione dell’amore disordinato che ci abita, e conduce alla piena libertà di amare.

Questa dimensione profonda nel rapporto con il Signore precede ogni scelta di stato di vita, nel celibato o nel matrimonio, o in uno specifico servizio all’interno della comunità ecclesiale. Ecco perché è riduttivo vedere in questo straordinario episodio dell’ospitalità di queste due sorelle a Gesù (vivevano sole? Erano facoltose o facevano fatica a mandare avanti la casa?) semplicemente l’illustrazione di una vocazione contemplativa e una caritativa.

C’è qualcosa di più grande. Quando Gesù rivela che Maria ha imboccato la via buona, è perché Maria ha osato mettersi ai piedi di Gesù e diventare discepola. “Mettersi ai piedi” è infatti il termine tecnico che indica il discepolato: Paolo dirà di aver imparato la Legge alla scuola di Gamaliele, ma letteralmente “ai piedi di Gamaliele” (At 22,3).

Allora comprendiamo meglio la grandezza di Maria: Marta pensava che sarebbe bastato servire quel rabbi che entrava nella loro casa. Maria osa di più: chiede di diventare sua discepola, mettendosi ai suoi piedi, con un gesto che scardinava la radicata convinzione che solo gli uomini potessero studiare la Torah. E Gesù accoglie quest’audacia di Maria, con una affermazione indicibile nel mondo giudaico: la parte migliore che Maria si è presa, diventare discepola di Gesù ascoltando la sua parola, non le sarà tolta.

fratel Adalberto