Il giudizio è questo

Photo by Jené Stephaniuk on Unsplash
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18 giugno 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 12,47-50 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:" 47Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. 48Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell'ultimo giorno. 49Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. 50E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».


Nel leggere questo brano giovanneo, si impone anzitutto una correzione lessicale: il verbo krínein non vuol dire “condannare”, ma semplicemente “giudicare”, e un giudizio, una “crisi”, non è necessariamente di condanna. Tante volte, invece, le nostre crisi possono anche essere salutari. Perciò ritengo che la nostra traduzione del Vangelo di Giovanni sia infelice. Si dovrebbe leggere: “Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo giudico, perché non sono venuto nel mondo per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo” (v. 47). “Condannare”, eventualmente, si dovrebbe dire katakrínein, ma il Quarto vangelo lo usa una sola volta in Gv 8,10-11, proprio per dire che Gesù “non condanna” l’adultera. La verità, secondo Giovanni, è che Gesù non “giudica”: “Io non giudico nessuno” (Gv 8,15) e “neppure il Padre giudica nessuno” (Gv 5,22). Detto più chiaramente, Dio non è un giudice: Dio, semmai, è un Paraclito, cioè un avvocato difensore. Il giudizio, la crisi, non corrisponde a un’intenzione divina, non rappresenta, se così si può dire, la sua volontà, ma è qualcosa che si attua ipso facto, automaticamente, nella misura in cui si rifiuta la salvezza, che è la sua unica intenzione. “Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole ha già chi lo giudica: la parola che ho detto lo giudica” (cf. v. 48), fin da ora, e non soltanto “nell’ultimo giorno” (questa nozione dell’ultimo giorno non è la più profonda teologia giovannea, per cui il giudizio, così come la vita eterna, si realizza già nel nostro oggi). La crisi di questo mondo si attua oggettivamente di fronte alla salvezza, che è l’unica volontà di Dio: egli vuole che tutti gli uomini siano salvati. E noi dobbiamo credere che Dio sia sempre capace di realizzare la sua volontà: in questo senso egli è “onnipotente”, ossia, per meglio dire, sempre “ingegnoso nel realizzare l’impossibile” (Gregorio di Narek). 

Il nostro brano, veramente, andrebbe letto a partire dal versetto 46: “Come luce sono venuto nel mondo”. Questa è l’intenzione di Dio: non gettare una sorta di ombra sulla storia umana, ma illuminarla dal di dentro. Il testo che ora leggiamo ha un parallelo esatto nel capitolo terzo di Giovanni: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non viene giudicato, ma chi non crede è già stato giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” (Gv 3,17-18).

Senonché l’umanità ha questo potere (non chiamiamola “libertà”) di rifiutare la salvezza che Dio gli propone. Per gli uomini, paradossalmente, è più facile credere in un giudizio di condanna che non nella salvezza: è più facile credere in un Dio giudice che in un Dio salvatore, perché, finalmente, noi continuiamo a rappresentarci un Dio a nostra immagine e somiglianza. La condanna, per noi, è qualcosa di ovvio: è proprio la nostra salvezza a risultarci incredibile. Infatti, “il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce” (Gv 3,19). Ma, come aggiunge Paolo, anche “quando siamo giudicati dal Signore, siamo da lui ammoniti per non essere condannati” (1Cor 11,32).

fratel Alberto