Perché ci avviciniamo all’altro?

Photo by Josep Martins on Unsplash
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23 giugno 2021

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 4,1-11 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 1 Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». 4Ma egli rispose: «Sta scritto:

Non di solo pane vivrà l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».

5Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio 6e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti:

Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
ed essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra».

7Gesù gli rispose: «Sta scritto anche:

Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».

8Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria 9e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». 10Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti:

Il Signore, Dio tuo, adorerai:
a lui solo renderai culto».

11Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.


“Il tentatore gli si avvicinò” (v. 3), e “gli angeli gli si avvicinarono e lo servivano” (v. 11). In questi due versetti ricorre il medesimo verbo greco prosérchomai, “avvicinarsi”, andare presso, farsi vicini, verbo che apre e chiude questo brano, secondo quel procedimento di “inclusione” che serve a caratterizzare, a offrire la chiave di lettura dell’intero passo che da tali elementi è racchiuso.

La centralità di tale prospettiva nel pensiero dell’evangelista è data anche dal fatto che egli nel corso del suo vangelo fa grande uso di questo verbo, molto più di tutti gli altri evangelisti, tanto da sembrare quasi un verbo che lo caratterizza. Per Matteo, infatti, è importante fare discernimento su chi si avvicina a noi e a chi noi ci avviciniamo, sono importanti le relazioni, il genere di relazione che segna la vita di ciascuno, e dunque anche il genere di comunità che a partire da tali relazioni viene a formarsi. La prospettiva dell’evangelista è fortemente ecclesiologica: quale comunità dei discepoli, quale chiesa l’evangelo ci annuncia, e da quale genere di relazioni esso ci mette in guardia, ci ammonisce di guardarci perché nocive, distruttive?

E le relazioni nocive e distruttive non necessariamente vengono dall’esterno della comunità dei discepoli, ma possono venire anche dall’interno di essa: mi sembra particolarmente significativo, infatti, che alcuni codici al versetto 10, dopo: “Vattene, Satana”, riportino anche: “dietro a me”, utilizzando la stessa espressione con cui Gesù si rivolge a Pietro dicendogli: “Vattene dietro a me Satana” (Mt 16,23), poiché Pietro aveva cercato, pur con apparenti buone intenzioni, di distogliere Gesù dalla prospettiva di un cammino verso la passione e la morte.

Matteo è severo nel mettere in guardia i discepoli: non è sufficiente che l’altro si avvicini a noi in veste di pecora, perché dentro può essere un lupo rapace (cf. Mt 7,15, ove è usato, seppure spezzato, il medesimo verbo: “vengono presso di voi”), così come qui Satana si presenta in qualità di qualcuno che si avvicina, va presso Gesù con la preoccupazione che egli abbia da mangiare, come qualcuno che si prende cura della sua fame (cf. vv. 2-3). Secondo Matteo “Si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per tentarlo” (Mt 19,3), così come qui Satana “si avvicinò” a Gesù per tentarlo (v. 3). La domanda che sorge da questo testo è dunque: perché ti avvicini, e perché qualcuno si avvicina a te?

Per questo Gesù ammonisce i discepoli a essere sì candidi come le colombe, ma anche prudenti come i serpenti (cf. Mt 10,16). Il discepolo di Gesù non deve essere un ingenuo, ma essere cosciente che il male esiste, che il male esiste anche nella comunità cristiana, e che esiste anche in ciascuno di noi. Misconoscere tale realtà e presentare un modello di vita anche solo un po’ naïve ci conduce a diventare preda di quel male che neghiamo.

Certo, essere prudenti come serpenti per non diventare preda del tentatore non implica dare un giudizio morale sulle persone: la persona va sempre salvata, mai si può e si deve giudicare la sua responsabilità nelle parole che ha pronunciato o nelle azioni che ha compiuto, ma le parole e le azioni vanno nominate con il loro vero nome, che talvolta è: male.

sorella Cecilia