Custoditi nel nome di Dio

Photo by Pawel Czerwinski on Unsplash
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7 luglio 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 17,15-26 (Lezionario di Bose)

In quel tempo pregando per quelli che Dio gli aveva dato, Gesù diceva: “Padre santo, non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. 16 Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 17 Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18 Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; 19 per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità. 20 Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: 21 perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. 22 E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. 23 Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. 24 Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. 25 Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. 26 E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”.


Nella memoria di Athenagoras, patriarca ecumenico di Costantinopoli, rileggiamo la seconda parte della grande preghiera che Gesù rivolge al Padre la vigilia della sua passione, rivelando vi è in lui anche un’altra passione, quella per l’unità dei suoi: “Siano una cosa sola”! Forse per stanchezza, ma forse anche per agire diversamente dalle generazioni precedenti, anziché pregare e lavorare per la riconciliazione e l’unità dei cristiani, si esalta oggi la diversità, e persino il conflitto! Nello scontro e nella lotta, si dice, sorgono le idee nuove! In tale prospettiva, chi sarebbe il Dio in cui crediamo, se non quel padre-padrone in perpetuo litigio con i suoi figli, del quale è meglio sbarazzarsi al più presto.

Certo, come si dice spesso (attenzione però a quelle parole che si ripetono senza fine!), non noi possiamo costruire l’unità nella chiesa. Ma ciò non deve servire da pretesto per aspettare passivamente che ci venga regalata; ci deve ricordare invece che l’unità c’è già. Lo diceva l’epistola dell’Ascensione: “(Abbiate) a cuore di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace; un solo corpo … un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo” (Ef 4,3-5). Ci è chiesto di “conservare” un’unità già data, ma che frantumiamo ogni volta che ci separiamo gli uni dagli altri, fino a non accoglierci alla stessa tavola, che, per di più, non è nostra, ma del Signore.

Nella preghiera di Gesù una curiosa espressione ritorna più volte: l’espressione “che mi hai dato”, riferita a tre realtà diverse: al “tuo nome” (due volte, vv. 11-12), alla “gloria” (due volte, vv. 22 e 24) e a “quelli (che mi hai dato)” (v. 24). Ha forse qualcosa da dire sulla custodia dell’unità?

La forma più strana concerne il nome; cos’è questo “tuo nome che mi hai dato”, nel quale Gesù chiede che i suoi siano custoditi (vv. 11 e 12). Si può forse vivere in un nome che ci custodisca?

Occorre ricordare che, per la Bibbia, il nome è la persona stessa. E quindi Gesù, che finora ha custodito i suoi discepoli, chiede ora che il Padre subentri in questa funzione: siano custoditi nel tuo nome, cioè in te! Gesù aggiunge però che Dio gli ha dato questo suo nome. Ciò significa che in Gesù era già il nome di Dio (e dunque Dio stesso) a custodire i discepoli, sicché la partenza del Figlio non cambierà nulla alla custodia dei discepoli: prima erano custoditi dal nome di Dio dato a Gesù, dopo lo saranno dal nome di Dio tout court. Stessa custodia sotto due diverse modalità. Così i discepoli dimorano “nel nome di Dio”, cioè in lui e la loro unità diventa quella stessa di Dio, il quale, benché uno, è comunione d’amore.

Questa comunione, che fa l’unità di Dio, è la sua gloria, quella che ha dato al Figlio e che il Figlio ha manifestato quando, facendo il bene, ha amato i suoi fino a dare la vita per loro. È anche ciò che siamo chiamati a vivere perché ne diventiamo i testimoni davanti al mondo. L’unità dei cristiani, nell’amore, non nell’uniformità, e nella condivisione delle ricchezze delle nostre diversità diventa così per il mondo la vera predicazione dell’amore che Dio è (cf. 1Gv 4,16).

fratel Daniel