Grande nello zelo e nell’umiltà

Photo by Steve Johnson on Unsplash
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13 luglio 2021

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 11,2-15 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 2Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò 3a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». 4Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: 5i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. 6E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
7Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 8Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! 9Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. 10Egli è colui del quale sta scritto:

Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero,
davanti a te egli preparerà la tua via
.

 11In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. 12Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono. 13Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. 14E, se volete comprendere, è lui quell'Elia che deve venire. 15Chi ha orecchi, ascolti!


Al centro del brano campeggia la figura di Giovanni Battista, anche se in realtà si riferiscono solo parole sue e su di lui, ma lui non è più presente; è già uscito di scena. Giovanni, lo sappiamo, nel vangelo è figura defilata. Non che non abbia personalità: è vero il contrario! Conosciamo la sua predicazione di fuoco all’inizio del vangelo, che invita le folle alla conversione. Ora Giovanni ha terminato la sua predicazione, è in carcere: la sua voce tonante tace, e in lui sorgono dubbi. Era proprio Gesù colui che aveva annunciato? Il Messia che doveva venire? Dov’è il fuoco? Dove la scure che abbatte l’albero che non dà frutti? E dov’è il Messia liberatore, proprio adesso che il suo profeta è in carcere? Aveva puntato tutto su di lui, aveva messo in gioco la sua credibilità di fronte alla gente, riconoscendolo pubblicamente; e adesso, nel silenzio del carcere, nel momento in cui è comprensibile che come uomo sia portato a fare un bilancio della propria vita attiva, ora che non può più agire, sembra vacillare... Le voci che gli giungono su Gesù dai discepoli lo lasciano perplesso: quell’uomo “mite e umile” non risponde ai criteri messianici che egli aveva indicato. Giovanni è assalito da un dubbio lancinante e dalla tentazione più grande che può assalire un profeta di Dio, ma anche il semplice credente: e se tutto fosse stata una grande illusione? 

Giovanni conferma però la sua grandezza – grande nello zelo e grande nell’umiltà – nel fatto che non assolutizza le proprie comprensioni e le proprie immagini di Dio e del Messia. Si rimette al giudizio di Gesù, rimanda a lui. In fondo, anche se non capisce, intuisce: “Lui deve crescere e io diminuire!”, come gli fa dire il quarto vangelo (Gv 3,30). Ecco allora la domanda, reale e non retorica, perché è quella che gli brucia nel cuore: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?”. Giovanni è “più che un profeta”, il più grande dei profeti, non solo perché precede di poco il Messia, lo preannuncia e arriva anche a indicarlo a dito, ma perché per lui ha dato e sacrificato tutto, anche la propria parola e visione profetica: tutta la sua vita in fondo si è ridotta ad essere un semplice indice puntato verso quell’Oriente “più grande” di lui, che ora egli ammette di non conoscere né comprendere troppo bene. E morirà senza aver sciolto completamente i suoi dubbi, al buio e senza gloria, vittima del capriccio di una donna e dell’imbelle vanità di un uomo (cf. Mc 6,17-29), ma fino alla fine resterà fedele alla Parola a cui ha legato la sua vita. E proprio il nostro brano ci dice che la condivisione della violenza subita all’irrompere del Regno annunciato da Gesù fa anche di lui un testimone di tale regno.

Gesù riconosce apertamente la grandezza di Giovanni, ma ai suoi discepoli che vogliono avere conferme sicure della sua messianicità, può solo mostrare i poveri segni da lui compiuti (tra i quali per altro è assente la liberazione dei prigionieri, che pure era annunciata tra i segni messianici in Is 61), e aggiunge: “Beato chi non trova in me motivo di scandalo!”. A chi non trasforma il suo sguardo secondo la logica del Regno quei segni appariranno sempre troppo poveri. La logica del Regno, in nome della quale Gesù il Messia è passato tra gli uomini “facendo del bene e guarendo” (At 10,38), fino a consegnare la sua vita nella libertà e per amore, è una logica che richiede di purificare il nostro sguardo e di riconoscere il “più grande” nel “più piccolo”. Perché “il più piccolo”, secondo i criteri mondani, ma “il più grande nel regno di Dio” è proprio lui, Gesù; e ogni semplice discepolo dietro a lui può esserlo allo stesso modo, nella misura in cui si conforma alla stessa logica. Tutti noi allora, come il Battista, siamo chiamati con umiltà a fare lo stesso sforzo di deporre davanti a lui le nostre domande e i nostri dubbi, lasciando che sia lui a trasformare il nostro sguardo e a darci i criteri di ciò che è piccolo e di ciò che è grande.

Un monaco di Bose