Dal fallimento, una luce

Photo by Paul Blenkhorn @SensoryArtHouse on Unsplash
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15 luglio 2021

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 11, 25-30 (Lezionario di Bose)

25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. 28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero»


“In quello stesso istante, prendendo la parola, Gesù disse ...”. Così inizia il vangelo di oggi. Per comprendere ci occorre dunque riandare a ciò che immediatamente precede. 

La benedizione con cui Gesù oggi si rivolge al Padre nasce dalla sua comprensione di ciò che ha appena constatato: nelle città nelle quali più ha predicato e fatto miracoli, la sua predicazione è penosamente fallita. 

Gesù ne comprende la lezione divina innanzitutto per sé, come sta scritto: “Bene per me essere stato umiliato, ho imparato le tue volontà”. Riconosce quel fallimento doloroso come un kairos, un’occasione di grazia, e confessa e benedice il Padre suo perché riconosce il suo agire nell’aver nascosto le sue cose ai sapienti e agli intelligenti e averle rivelate ai piccoli. Nel suo fallimento Gesù innanzitutto si riconosce in quei piccoli che hanno accesso al pensiero di Dio. E la gioia di riconoscere la fedele preferenza di Dio per i piccoli e gli umiliati lo porta alla benedizione e alla lode.

E nel suo entrare sempre di più nell’obbedienza amorosa alla parola di Dio, Gesù invita proprio quei piccoli, tutte le persone affaticate e oppresse, a trovare ristoro in lui, rivelando che il suo giogo è leggero e il suo carico soave, se impariamo la sua umiltà e mitezza, la forma che la sua libertà dà al suo amore per noi

Perché solo l’amore ci dà la chiave per comprendere queste parole del Signore: l’amore di Dio per tutte e per tutti che Gesù è venuto a narrarci. I piccoli di cui parla Gesù sono coloro che, comprendendo di non poter contare su se stessi, confidano nel Dio che li ama, e da lui imparano ad amare. E come Dio si rallegra per ognuno di loro, così Gesù trova la sua gioia quando i piccoli lo accolgono nelle sue parole. C’è un’intimità speciale tra le persone piccole e povere e il Signore, che rallegra molto entrambi.

Gesù comprende e ci consegna queste parole proprio nel momento del suo fallimento. Ecco il nuovo sguardo che oggi il vangelo ci dona: i fallimenti possono riportarci alla nostra verità e piccolezza amata da Dio, mentre i successi ci mentono.

E Gesù ci chiama a sé: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”. Chiunque può riconoscersi chiamata/o se, guardandosi dentro, trova in sé fatica e oppressione, esercitata su di sé da poteri esterni a noi e/o dagli idoli che ci abitano. 

“Prendete il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Riguardo alla leggerezza del giogo di Gesù, sappiamo quanto sia sbagliato intendere questo annuncio come una liberazione dal giogo della Torà, errore indotto dal chiamarla impropriamente ed esclusivamente Legge, dimenticando che il Dio d’Israele e di Gesù è proprio quello che ha liberato Israele dal giogo della schiavitù, che gli ha donato il riposo del sabato e la Torà per insegnargli a vivere nella libertà.

La leggerezza del giogo è dovuta al portare il proprio peso vivendo con Gesù, perché è lui il Dio con noi e in noi, e come lui, nell’umiltà di chi accetta l’umiliazione e vi trova una luce; e nella mitezza di chi non vuole resistere al malvagio ma alla malvagità che lo tenta nel cuore. 

A questo Gesù ci chiama dicendo: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi”.

sorella Maria