In atteggiamento di ascolto

Photo by Steve Johnson on Unsplash
Photo by Steve Johnson on Unsplash

23 luglio 2021

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 13,18-23 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:" 18Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. 19Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. 20Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, 21ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. 22Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. 23Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno»


“Voi ascoltate…” (Mt 13,18). Gesù, iniziando a spiegare ai discepoli la parabola del seminatore, rinnova l’esortazione ad ascoltare che aveva pronunciato a conclusione del racconto parabolico: “Chi ha orecchi, ascolti” (Mt 13,9). Perciò oggi siamo invitati a porci in atteggiamento di ascolto per fare spazio all’insegnamento che Gesù ci consegna, e per esaminare che cosa abita nel nostro cuore e impedisce un ascolto fruttuoso della sua parola. 

La Scrittura ci attesta che non è lo sforzo del singolo, ma l’iniziativa anticipante e sconvolgente di Dio stesso che genera e muove all’ascolto il credente, chiamato a corrispondere all’amore che lo interpella. Con le parole di Paolo, “la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la Parola di Cristo” (Rm 10,17). L’ascolto è dunque l’attitudine per eccellenza del discepolo; un ascolto penetrante, non superficiale, di parole, gesti, atteggiamenti del rabbi Gesù. È la disposizione di chi con umiltà vi riconosce il pane di vita, capace di nutrire e dare orientamento al proprio vivere: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68). 

La parola del Regno è stata seminata con abbondanza, anche in terreni che appaiono inospitali. È una parola in sé promettente come un seme che racchiude e sprigiona una forza vitale, e che desidera misurarsi con la nostra libertà, con il terreno che siamo disposti ad offrire perché possa germinare e crescere. Gesù ne illustra quattro tipi corrispondenti a vicende diverse cui va incontro la Parola seminata nel cuore dei discepoli. 

“Lungo la strada” la semente rimane in superficie e non fa in tempo a germogliare, perché è rapita via; è un tipo di ascolto che non fa scendere nel proprio cuore la Parola, non la fa abitare in sé. 

Il terreno “sassoso” corrisponde a coloro che accolgono subito e con entusiasmo la Parola, ma quell’accoglienza non resiste alla prova del tempo, alla fatica del vivere qui evocata con tribolazioni e persecuzioni. A volte vorremmo vedere risultati immediati, ma senza profondità e sguardo lungo che consentono alla Parola di radicarsi in noi rimaniamo in balia delle emozioni del momento.

Ancora, ci mostriamo capaci di ricevere la Parola, ma altre suggestioni convivono nel nostro cuore e soffocano come “i rovi” la buona semente. Gesù dà un nome preciso a queste realtà: la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza; anche un’eccessiva preoccupazione di sé può divenire un idolo che ci aliena e ci distoglie da ciò che è essenziale.

Ora, ciò che conta non è tanto immedesimarsi in un terreno piuttosto che in un altro, perché le situazioni descritte sono tutte possibili e le riconosciamo in noi, quanto predisporre la buona terra del nostro cuore perché possa accogliere con docilità la Parola, e lasciare che diventi ispirante il nostro vivere giorno dopo giorno. Ascoltare e comprendere, ci ricorda Gesù, dunque un lavoro di interiorizzazione. Questo richiede da noi apertura fiduciosa a una grazia che ci previene – il Signore con ostinata fedeltà continua a seminare la sua Parola anche quando le chiudiamo i serramenti del nostro cuore–, rimanendo uniti a lui come il tralcio alla vite, in una relazione di comunione e di amore che è promessa di fecondità.

fratel Salvatore