Come pecora smarrita

Photo by Steve Johnson on Unsplash
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17 agosto 2021

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 18,12-14 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: "12Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? 13In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. 14Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda.


“Mi sono perso come pecora smarrita; cerca il tuo servo: non ho dimenticato i tuoi comandi”: è l’ultimo versetto del salmo 119, il più lungo del salterio. Dopo una lode suggestiva dell’insegnamento del Signore non ci si aspetterebbe una resa di questo genere, un epilogo così “tragico”. Dopo tanto cercare e correre sulla via dei comandi di Dio, dopo audaci dichiarazioni d’amore nei confronti della legge del Signore e della sua parola, stupisce il riconoscimento dell’orante perso come una pecora fuori dall’ovile si smarrisce.

Spesso desidererei vedere i frutti del “mio” pregare e delle “mie” presunte pie osservanze dei comandamenti del Signore. Il salmo 119 mi ricorda la verità più disarmante: sono pecora che si perde, sono peccatore che si smarrisce, i miei portentosi e incantati propositi di bene e le infinite energie poste nel desiderio illusorio di un autoprogressione spirituale si sciolgono come neve al sole di fronte all’evidenza della mia realtà di animale testardo, ribelle, che si allontana delle altre pecore, stufo del solito tanfo.

La proclamazione della buona notizia oggi squarcia proprio questi meccanismi reconditi del nostro intimo e offre una via di uscita dal labirinto del nostro cieco protagonismo. L’iniziativa è tutta di Gesù, venuto a salvare ciò che era perduto. Così mostra l’amore del Padre verso tutti, cominciando dagli ultimi, dai piccoli.

Il nostro smarrimento, qualunque sia la ragione che lo provoca, non è condannato. Non ci attende nessun amaro rimprovero. Gesù il pastore buono sa che nel nostro cuore e nella nostra mente abitano voci contrastanti e pensieri sovrani contraddittori e contorti a volte difficili da decifrare e discernere, conosce i nostri tentativi di fuga più o meno legittimi, ma non ci giudica per questo. Non fa di noi un caso disperato, nessuno di noi è irrimediabilmente irrecuperabile, sulla nostra fronte non compare come nei videogiochi la scritta: “Game over”. Al contrario ascolta “il vagito d’un agnello sperso / là tra le grandi costellazioni / nella profondità dell’Universo … quaggiù ne cerca intanto una, sol una...” (Giovanni Pascoli). Ode il mio grido di aiuto, anche quello represso e non espresso, e si mette alla ricerca proprio di me perché al centro della sua attenzione ci sono i deboli, i peccatori come me.

È disposto a lasciare le novantanove pecore sui monti pur di salvare l’unica pecora smarrita e ricondurla al pascolo. Sa andare oltre ogni calcolo utilitaristico. Ognuno di noi è un prodigio che il Signore custodisce, ognuno di noi è una persona che va protetta e valorizzata, ognuno di noi ha una dignità che non può essere calpestata per nessuna ragione. Ogni forma di comunitarismo che chiede l’immolazione della persona a favore della causa giusta, qualunque sia il colore politico, è debellata. La comunità cristiana che vuole vivere il vangelo ha bisogno della pecora che si smarrisce per fare esperienza della ricerca amorevole del Signore e gustare la festa per tale straordinario avvenimento. Essa non è una setta di giusti che si separano dai peccatori. Siamo in fondo tutti e tutte pecore che si smarriscono, nessuno di noi può arroccarsi sui monti beato nella sua magniloquente giustificazione. Tutti siamo mendicanti del perdono del Signore, tutte pecore graziate che osano fare grazia. La comunità è una casa d’affitto (cf. At 28,30) per perdonati che si perdonano.

fratel Giandomenico