A mani vuote

Photo by Pawel Czerwinski on Unsplash
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23 agosto 2021

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 19,16-22 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 16un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». 17Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». 18Gli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, 19onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». 20Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?». 21Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!». 22Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.


Il giovane che sta qui di fronte a Gesù afferma - e non c’è motivo per porre in dubbio l’onestà della sua affermazione - di essere un fedele osservante della legge. Le ricchezze di cui dispone gli garantiscono evidentemente una posizione, gli procurano stima e gli permettono anche di adempiere con agio i precetti. Eppure in questa situazione di supposta “pienezza” egli continua a sentirsi inquieto, ad avvertire una mancanza. Non sa che cosa sia, ma intuisce che Gesù potrebbe essergli d’aiuto per scoprirlo. 

In questo suo interrogarsi non si sbaglia, è autentico. Il problema è che vuol restare protagonista del suo cammino. Vuol continuare a gestirlo senza “lasciare la presa”. Pensa il proprio cammino come una progressione coerente senza discontinuità. Per questo l’incontro con Gesù non lo segna, non lo sconvolge né lo mette in crisi, perché egli si accosta a lui come a un semplice “maestro”, un rabbi cui porre quesiti religiosi. In fondo egli è convinto di avere già quasi tutto. Da Gesù sembra cercare soltanto un “sovrappiù”, una risposta brillante e raffinata, magari anche esigente, che garantisca un glorioso coronamento alla sua vita religiosa, senza però mettere in discussione quel che già ha costruito fino ad ora. 

Ma Gesù lo spiazza completamente. In pratica gli fa capire che potrà trovare una risposta alla domanda che lo assilla solo allargando e radicalizzando la mancanza che (nonostante tutto) egli stesso riconosce di avere. Ecco allora che gli propone di disfarsi di tutto quello che ha raggiunto, di cui va fiero e che fino ad ora lo ha garantito nella sua vita di uomo e di credente. Si tratta per lui di accettare di lasciarsi decostruire, di “mollare la presa” sulla propria vita, per fare spazio al Signore. E solo così rinascere su nuove basi. In fondo, questo vuol dire Gesù quando propone al giovane ricco di “vendere tutto” e di seguirlo, mettendosi “dietro a lui”. Vendere tutto il suo “potere” e rimettersi in cammino come un povero. I “poveri” ai quali Gesù lo invia non sono solo i beneficiari delle sue elemosine, ma sono anche i suoi autentici maestri.

È del resto significativo che pochi versetti prima del nostro brano Gesù indichi ai discepoli il modello dei bambini, coloro che sono e sanno di essere bisognosi di tutto: “Lasciate che i bambini vengano a me … perché a chi è come loro appartiene il regno dei cieli” (Mt 19,14). La vita di Dio può essere accolta solo da mani e occhi di bambino, da chi accetta di lasciarsi plasmare docilmente, senza presumere di essere già “qualcuno” di fronte al Signore. Fino a quando pretendiamo di andare a Gesù con le nostre “pienezze” e le nostre supposte ricchezze saremo destinati a essere rimandati indietro “a mani vuote” (cf. Lc 1,53), nella tristezza, come questo giovane, che avverte sì una mancanza, eppure non ha il coraggio di ascoltarla fino in fondo nella sua radicalità destrutturante, che gli imporrebbe un capovolgimento totale di impostazione di vita. La vita vera non può essere il risultato coerente e lineare dei nostri sforzi! 

Proprio in questo senso Gesù ricorda agli uomini religiosi che i pubblicani e le prostitute li precedono nel regno di Dio (cf. Mt 21,31), non perché abbiano particolari meriti - tutt’altro - ma proprio perché sanno di non poterli avere. Perché sanno di essere peccatori e quindi radicalmente manchevoli. E forse solo con questa coscienza possiamo riuscire davvero a “non anteporre nulla all’amore di Cristo”, come dice san Benedetto nella sua Regola. Nulla, neppure il nostro io.

Un monaco di Bose