Una via da seguire

Photo by Kseniya Lapteva on Unsplash
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26 agosto 2021

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 20,17-23 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 17mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: 18«Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte 19e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà». 20Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. 21Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di' che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». 22Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». 23Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato»


“Voi non sapete quello che chiedete” (v. 22). Stupisce e sorprende, questa affermazione di Gesù, perché sembra contraddire una domanda che, anche se formulata in maniera ingenua e forse impastata di troppa visceralità, pare legittima. A Pietro, che pochi versetti prima chiedeva a Gesù: “A noi che abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che ce ne verrà?”, il Maestro aveva infatti assicurato: “Quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria … anche voi che mi avete seguito siederete su dodici troni” (Mt 19,27-28). Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, sembrano chiedere, attraverso la voce della madre, qualcosa di legittimo perché promesso da Gesù stesso. Non è dunque la reale possibilità di avere comunione con Cristo nel Regno a essere messa qui in discussione, ma qualcos’altro.

Anche l’affermazione ultima di Gesù – “Sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato” (v. 23) – potrebbe stupire alla luce di quanto afferma Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore … Io vado a prepararvi un posto … perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14,2-3). Affermazione, quest’ultima, che toglie ogni ombra di predeterminismo che una lettura superficiale del testo di Matteo potrebbe troppo facilmente ma poco cristianamente ispirare.

Queste apparenti contraddizioni ci spingono a focalizzare l’attenzione del cuore su qualcos’altro rispetto alla ricompensa, alla meta della nostra sequela. Su qualcosa di altro rispetto a ciò che siamo naturalmente, umanamente portati a mettere al primo posto: non tanto una meta da conquistare ma una via da seguire per giungere alla meta della sequela cristiana; non uno status di vita cristiana da perseguire ma piuttosto una logica, una modalità della sequela in cui perseverare. Non la meta del trono su cui sedere ma piuttosto la via del calice da bere, dunque da assimilare, da fare nostra contro tutte le resistenze che le nostre fibre oppongono. Forse siamo chiamati, più che alla conoscenza dettagliata della meta – che neanche il Figlio conosce, ci dice il vangelo –, alla conoscenza profonda della via che conduce alla meta. Forse siamo chiamati a rendere reale, ad autenticare sempre più esistenzialmente la fiducia che Gesù ripone in noi: “Del luogo dove io vado, voi conoscete la via” (Gv 14,4). Ma quanto la conosciamo, cioè quanto la viviamo?

Questa pagina evangelica ci pone di fronte, senza sconti, all’esigenza radicale della perseveranza fino alla fine in questa “via del calice”, la via crucis. Uno dei due figli di Zebedeo, Giacomo, ha conosciuto – primo tra gli apostoli – lo stesso esito di quella via percorsa nella logica del suo Signore, dando così corpo con la propria vita offerta in libagione a quella confessione fatta con le parole insieme al fratello Giovanni: “Signore, possiamo, siamo decisi a bere il calice della vita offerta per amore fino alla fine” (cf. v. 22). Giacomo ha testimoniato che, desiderando la meta, la meta stessa ci spinge a ritornare sempre e di nuovo a discernere la qualità della via percorsa.

fratel Matteo